https://doi.org/10.36253/rse-20137
Received: March 15, 2026; Accepted: March 17, 2026; Published: June 15, 2026
Educazione e migrazioni nel Nord America (1837-1983)
Education and Migrations in North America (1837-1983)
1 Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, Italy
2 Università degli studi di Milano-Bicocca, Italy
3 Università degli studi di Parma, Italy
andrea.mariuzzo@unimore.it; carmen.petruzzi@unimib.it; luana.salvarani@unipr.it
Contents
Educazione e migrazioni: una nuova stagione di studi
Costruire il proprio posto nel mondo. L’identità come processo e non come dato
Un laboratorio, ancora: dai common school reformers al «returning education to the states»
Educazione e migrazioni: una nuova stagione di studi1
Il tema migratorio interessa da tempo gli studi storici italiani in tutti gli ambiti, anche in considerazione dell’enorme portata del fenomeno nella storia unitaria del paese, in particolare nei quattro decenni a cavallo del 1900 e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale. Dopo l’offerta di una prima sistemazione d’insieme dell’argomento con la pubblicazione nel 2009 dei due volumi di Storia dell’emigrazione italiana curati da Bevilacqua, De Clementi e Franzina, e due anni dopo del contributo di Pretelli specificamente incentrato sugli Stati Uniti, lavori che hanno definitivamente introdotto nella storiografia italiana prospettive di analisi maturate nei migration studies internazionali (cfr. Gabaccia 2000), si è assistito all’emergere di una maggiore complessità di analisi, sia attraverso l’incrocio del tema dell’emigrazione con quello dell’immigrazione, che ormai interessa il nostro paese con un’intensità e un radicamento nel tempo tale da farne un problema di portata storica, e di altre forme di mobilità intellettuale, professionale e politica internazionale transnazionale, sia attraverso l’individuazione di nuclei tematici di particolare interesse sui quali concentrarsi.
Nel primo quindicennio di questo secolo, l’attenzione al fenomeno dell’esilio politico e intellettuale – nel quale l’Italia (per esempio Camurri 2009 e 2010) ha seguito un trend internazionale degli studi (Gemelli 2000; Mariuzzo 2015) – ha introdotto negli studi l’indagine sistematica della questione della mobilità educativa con un’attenzione istituzionale che necessariamente ha privilegiato la dimensione universitaria e il suo corpo docente, costitutivamente proiettato nel confronto col mondo e con le sue opportunità. Questo atteggiamento generale emerge anche dalla recente produzione di banche dati in merito, generalmente strutturate su base prosopografica2. In questi ultimi anni, poi, il quadro si è fatto più complesso e articolato a fronte di un arricchimento degli approcci disponibili, e la dimensione educativa si è dimostrata essenziale anche per un confronto con le dinamiche collettive e comunitarie delle identità costruite attraverso l’esperienza migratoria (Fuchs and Roldán Vera 2019 per un quadro interpretativo di riferimento).
Da questo punto di vista, l’uscita del recente volume curato da Pongiluppi e Serrao (2024) rappresenta sicuramente una messa a punto significativa per varie ragioni, in particolare per l’ampliamento dello scenario geografico, che raccoglie in uno sguardo d’insieme le comunità italiane europee, americane e mediterranee, e che si fonda sull’interessante accostamento delle esperienze migratorie dell’età contemporanea con le dinamiche dei gruppi coloniali italiani di ben più radicata presenza. Da questo punto di vista, il tema delle istituzioni educative emerge in tutto il suo significato come terreno comune per definire in profondità le modalità di costruzione di comportamenti e riferimenti culturali condivisi, le relazioni interculturali e le dinamiche sociali comunitarie prese in esame.
Questo contributo, peraltro, deve in buona misura la costruzione del suo approccio a un confronto sempre più intenso con fonti e casi di studio che negli ultimi anni hanno contribuito a dare maggior valore alla sensibilità pedagogica nella comprensione dei fenomeni migratori. Da un lato, le traiettorie biografiche e autobiografiche di figure di spicco impegnate nell’educazione nei contesti migratori, e in particolare nelle comunità urbane italo-americane (Petruzzi 2022 e 2024; Cagnolati e Petruzzi 2023; Cagnolati et al. 2024), hanno consentito di indagare con maggiore profondità le dinamiche sociali e istituzionali dal punto di vista della condivisione e la messa in opera di idee pedagogiche. Dall’altro, lo sguardo alla circolazione transnazionale di strumenti di lettura e di formazione (Brera 2019; Petruzzi 2025) ha consentito di individuare la costruzione delle identità comunitarie plurali come campi di tensione tra le influenze di diverse narrazioni di costruzione “nazionale” (Pretelli 2012; Salvarani 2012 e 2015).
In conclusione, i saggi raccolti in questo numero si pongono nel solco di un’elaborazione di ricerca ormai matura, e intendono offrire un ulteriore arricchimento di spunti di lavoro che tiene conto di uno scenario in cui i paradigmi interpretativi sono consolidati e pronti a integrare nuove proposte.
Costruire il proprio posto nel mondo. L’identità come processo e non come dato3
Il recente ampliamento degli studi sull’evoluzione dei processi culturali e formativi legati alle migrazioni, con particolare attenzione alla diaspora italiana transatlantica verso l’America settentrionale, implica il riconoscimento del ruolo emancipativo delle molteplici declinazioni dell’educazione nelle dinamiche sociali e identitarie generate dall’esperienza migratoria. Quest’ultima non rappresenta soltanto uno spostamento geografico da qui a lì in un tempo che distingue il prima da ora, ma è un evento trasformativo che incide profondamente sulle strutture comunitarie, sul senso di appartenenza e sulle pratiche educative, ridefinendo i quadri simbolici entro cui si articolano memoria, trasmissione culturale e progettualità collettiva.
Al di là delle importanti riflessioni del globus intellectualis che per decenni ha interpretato i dati e i fenomeni alla luce dei grandi eventi e delle macroaree di rilevanza, oltre che i lavori sulla costruzione e riproduzione simbolica, Maddalena Tirabassi ha ricordato il «lento avvio» verso i global diaspora studies (2019, XIV-XVI). Istanze investigative di tale portata hanno contribuito ad un’apertura sempre più consistente verso le questioni educative che riorientano la storia, il presente e il futuro dei processi migratori attraverso l’acquisizione di una conoscenza ampia e diffusa in grado di riposizionare il soggetto quale agente esperiente in una dimensione attiva dentro una realtà percepita come instabile, spostando l’attenzione dall’analisi delle strutture alle pratiche di significazione prodotte dai soggetti stessi. Riferendosi in maniera puntuale ad una pertinente disamina di tali percorsi, Peter Carravetta ha scritto che, soprattutto nel passato, si è lavorato proficuamente sulla percezione e la categorizzazione eteronoma degli italiani all’estero, in particolare su come «le loro identità sociali e culturali sono state costruite» (2021, 54), invitando a perseguire la nuova prospettiva interpretativa in chiave transnazionale che guarda con maggior interesse anche ai fecondi lavori condotti nei Colonial Studies. Questi ultimi hanno mostrato come le identità diasporiche e subalterne si costituiscano in spazi di mobilità e interconnessione globale, attraversati da relazioni di potere, processi di ibridazione e dinamiche di alterizzazione.
Per mezzo di quest’ultimo indirizzo interpretativo, l’emigrazione italiana all’estero può essere riletta non soltanto come una storia frammentata determinata da un rigido rapporto causa-effetto, ma anche come «una nuova storia per un nuovo millennio» utilizzando le parole di William Connell (2019).
Si tratterebbe di un’occasione per ripensare interamente l’identità come migrantization of identity (Mignolo 2011) per cui il successo non viene misurato dalla capacità di adattamento nel sistema dominante ma attraverso le possibilità di creare uno spazio epistemico in cui produrre saperi altri. Nel discorso storiografico, quindi, l’identità italiana all’estero perde il suo carattere esclusivamente ontologico mentre genera configurazioni plurali di appartenenza, nelle quali la memoria familiare, l’accesso ai sistemi educativi locali e le opportunità di mobilità sociale interagiscono in modo dinamico.
Esiste una profonda commistione tra l’identità e gli spazi fisici e simbolici. Gli emigrati, infatti, costruiscono i propri luoghi di condivisione e di riconoscimento reciproco, localizzati da Bhabha (1994) nel third space inteso come categoria euristica per interpretare i contesti di intermediazione nel solco della costruzione di una memoria storica, ossia uno spazio interstiziale entro il quale si negozia continuamente la propria identità e si promuovono percorsi educativi informali in ambienti di compartecipazione e ibridazione,
Rileggere la storia dell’emigrazione italiana alla luce delle nuove traiettorie di ricerca che via via si stanno profilando consente pertanto di superare narrazioni universali o unilineari fondate sul binomio inclusione-esclusione per cogliere le complessità e le particolarità comunitarie e individuali, svincolando, al tempo stesso, l’educazione dalla marginalità a cui era stata relegata.
Oggi più che mai, ciò che si richiede allo studioso è di mantenere un decentramento cognitivo e culturale affinché sia in grado di analizzare i documenti da prospettive diverse dalla propria, accogliendo visioni altrui e riposizionandosi continuamente sulla linea di avanzamento rispetto ai significati e alle pratiche educative senza ancorarsi a tempi (de)finiti, bensì accettando l’idea che il passato si configuri alla stregua di un laboratorio riflessivo sul presente e anche sul futuro. Nel tempo dell’homo digitalis (Han 2015) che vive immerso dentro un’epoca contraddistinta da due rivoluzioni, una legata all’elettronica e l’altra alla multietnicità (Eriksen 2003, 45), la storia dell’emigrazione italiana può ancora concorrere al dibattito contemporaneo, non solo come repertorio di dati ma anche come dispositivo critico capace di problematizzare le categorie senza limitarsi meramente a trasmettere conoscenze storiche, bensì illuminando i modelli e le pratiche educative meno note e nondimeno significative per un ripensamento che sappia architettare efficaci strumenti per affrontare le sfide che il futuro ci presenterà.
Un laboratorio, ancora: dai common school reformers al «returning education to the states»4
Questo numero di rivista è partito da una call nella quale abbiamo delimitato geograficamente il campo d’indagine all’America settentrionale, e cronologicamente tra il 1837, anno in cui viene istituito il Massachusetts Board of Education, primo ente di istruzione pubblica negli USA, e il 1983, quando il rapporto A Nation at Risk: The Imperative for Educational Reform, commissionato sotto la presidenza di Ronald Reagan, segnava la fine di un’epoca: quella in cui l’educazione, tra le infinite varianti culturali ed organizzative presenti in Nord America, era vista tra le tante possibilità di promozione sociale offerte da una terra delle opportunità virtualmente priva di autentica concorrenza.
Il tema delle migrazioni è ovviamente centrale in questo cambio di paradigma. Per Horace Mann, primo segretario del Board e promotore dell’ideale della common school (nonostante la segregazione razziale ancora in vigore), la migrazione è vista come fonte di energie per un indefinito progresso, ancorché necessariamente sottoposta, tramite la scuola, a processi di assimilazione; con una visione in realtà non distante da quella dei sistemi scolastici europei, ritenuti per lo più fucina di tirannia. Scriveva Mann nel 1848, mentre in Europa le rivoluzioni tentavano la sfida al quadro da lui descritto:
According to the European theory, men are divided into classes, - some to toil and earn, others to seize and enjoy. According to the Massachusetts theory, all are to have an equal chance for earning, and equal security in the enjoyment of what they earn. […] To what extent can competence displace pauperism? How nearly can we free ourselves from the low-minded and the vicious, not by their expatriation, but by their elevation? (Mann 1891, 246-248).
L’educazione è strumento affinché i migranti possano partecipare della equal chance for earning che costituiva il perno della narrazione liberale dell’Ottocento statunitense. Centotrentacinque anni dopo, la medesima equal chance venne chiamata a farsi avanguardia del mantenimento di una supremazia economica e tecnologica minacciata, come con la Guerra Fredda dall’Unione Sovietica nella corsa allo spazio, da una competizione globale che di lì a poco avrebbe riscritto le regole finanziarie. L’educazione, in questo caso, è fondamentale affinché le migrazioni divengano vivaio di competenze, e l’impegno anche finanziario dello Stato federale si delinea come necessario investimento:
If only to keep and improve on the slim competitive edge we still retain in world markets, we must dedicate ourselves to the reform of our educational system for the benefit of all – old and young alike, affluent and poor, majority and minority. […] We do not believe that a public commitment to excellence and educational reform must be made at the expense of a strong public commitment to the equitable treatment of our diverse population. The twin goals of equity and high-quality schooling have profound and practical meaning for our economy and society, and we cannot permit one to yield to the other either in principle or in practice (National Commission for Excellence in Education 1983, 7 e 13).
Nella differenza di contesto e di scopi, i due momenti sono uniti da una comune matrice liberale, dalla fede, implicita ma chiara, della superiorità culturale di tale modello, e dall’idea che lo sviluppo economico compenserà le disuguaglianze generate dalla competizione. L’educazione, sensibile barometro della storia, ha registrato molto presto le incrinature di questo paradigma, facendo emergere le variegate realtà che il teorema aveva trascurato di considerare: le scuole confessionali, l’homeschooling, le sperimentazioni delle piccole comunità, le scuole delle periferie urbane, l’indebitamento multigenerazionale delle famiglie migranti i cui figli avevano frequentato le università. In questo panorama sempre più complesso, le migrazioni hanno avuto un ruolo centrale per rilevare le contraddizioni del sistema e consentire il progresso.
La cultura educativa statunitense ha dovuto convivere con un felice ma rischioso stato di anomalia derivante dall’essere contemporanea alla propria storia e, assieme, alla propria storiografia. Raccontandosi nell’atto stesso del suo farsi, ha sempre ritrovato la propria identità in un eterno presente nel quale, fino a tempi recenti, il mito del manifest destiny e la cultura dell’eccezionalismo tendevano ad autoconfermarsi. Da questo punto di vista, la storiografia incarnata dalle classiche opere di Lawrence Cremin, nel suo mettere in ombra la molteplicità delle esperienze educative etniche e confessionali, perpetuava proprio malgrado l’idea di una traiettoria compatta che da Lutero e dai Padri Pellegrini andava alle scuole urbane di New York e Boston ai tempi di Horace Mann, al progressivismo deweyano, alle borse di studio per le università della Ivy League.
Nel nostro secolo, tale visione, implicante una forte autonomia della governance educativa, e i suoi obiettivi sono stati fortemente messi in discussione da dinamiche organizzative e strutturali ancor prima che politiche (Henig 2013, 35). A livello di opinione pubblica, la crisi del sistema educativo è stata sentita anche da molti migranti (la vittoria repubblicana del 2024 è stata sostenuta dalla maggioranza, sia pure con un piccolo margine, dei cittadini nati all’estero6), tra i quali è diffusa la diffidenza verso l’idea di un sistema federale promuovente ideali comuni: «Returning Education to the States», con le parole scelte dall’amministrazione Trump7. In questo quadro ricco di tensioni, le migrazioni continuano ad apportare quella vitalità e visionarietà che consente al Nord America di continuare a essere un laboratorio educativo con cui il resto del mondo non può fare a meno di confrontarsi.
Bibliografia
Bhabha, Homi K. 1994. The location of culture. London and New York: Routledge.
Bevilacqua, Piero, Andreina De Clementi e Emilio Franzina, cur. 2009. Storia dell’emigrazione italiana. Roma: Donzelli.
Brera, Matteo. 2019. “Schools of ‘Italianness’. Language Teaching and Fascist Propaganda in 1930s Toronto”. Italian Canadiana 33 (1): 59-82
Cagnolati, Antonella, Donna Chirico, Carmen Petruzzi e Anthony J. Tamburi, cur. 2024. Educazione migrante tra passato, presente e futuro. Saggi in onore di Leonard Covello. Bologna: Clueb.
Cagnolati, Antonella, e Carmen Petruzzi. 2023. La pedagogia di Leonard Covello. Scuola, democrazia e cittadinanza nella New York degli italoamericani. Roma: Aracne.
Camurri, Renato, cur. 2009. L’Europa in esilio. La migrazione degli intellettuali verso le Americhe tra le due guerre, numero speciale di Memoria e ricerca 31.
Camurri, Renato, cur. 2010. Mussolini’s Gifts. Exiles from Fascist Italy, numero speciale di Journal of Modern Italian Studies 15 (5).
Carravetta, Peter. 2021. Identità e oltre. Migrazione e cultura italoamericana. Genova: Zona.
Connell, William J. 2019. “Introduzione: una nuova storia per un nuovo millennio”. In Storia degli italoamericani, a cura di William J. Connell e Stanislao G. Pugliese, 1-15. Firenze: Le Monnier.
Eriksen, Thomas H. 2003. Tempo tiranno. Velocità e lentenzza nell’era dell’informatica. Milano: Elèuthera.
Fuchs, Eckhardt, and Eugenia Roldán Vera, cur. 2019. The Transnational in the History of Education. Concepts and Perspectives. Basingstoke-New York: Palgrave Macmillan.
Gabaccia, Donna R. 2000. Italy’s Many Diasporas. London: UCL Press.
Gemelli, Giuliana, cur. 2000. The “Unacceptables”. American Foundations and Refugee Scholars between the Two Wars and After. Brussels: Peter Lang.
Han, Byung-Chul. 2015. Nello sciame: visioni del digitale. Roma: Nottetempo.
Henig, Jeffrey R. 2013. The End of Exceptionalism in American Education: The Changing Politics of School Reform. Cambridge (MA): Harvard Education Press.
Mann, Horace. 1891. Annual Reports of the Secretary of the Board of Education of Massachusetts, “Life and Works of Horace Mann”, vol. 4. Boston: Lee and Shepard.
Mariuzzo, Andrea. 2015. “Migrazioni e spostamenti internazionali di studenti e personale accademico nell’età contemporanea. Un quadro degli studi”. Mondo Contemporaneo 11 (1): 137-154.
Mignolo, Walter D. 2011. The darker side of Western modernity: global futures, decolonial options. Durham: Duke University Press.
National Commission for Excellence in Education. 1983. A Nation at Risk: The Imperative for Educational Reform. Washington D.C.: U.S. Government Printing Office.
Petruzzi, Carmen. 2022. La scuola degli italoamericani. Storia e pratiche inclusive negli articoli di Leonard Covello (1887-1982). Roma: TAB.
Petruzzi, Carmen. 2024. Due maestri a colloquio. Giuseppe Lombardo Radice e Angelo Patri. Roma: Anicia.
Petruzzi, Carmen. 2025. Saperi sovversivi. Educazione e ribellione nelle pagine de «Il Martello» (1918). Ferrara: Volta la Carta.
Pongiluppi, Francesco, e Paula Alejandra Serrao, cur. 2024. Istituzioni educative italiane in contesti migratori e coloniali (XIX-XX secolo). Milano: Franco Angeli.
Pretelli, Matteo, 2011. L’emigrazione italiana negli Stati Uniti. Bologna: Il Mulino.
Pretelli, Matteo, 2012. La via fascista alla democrazia americana. Cultura e propaganda nelle comunità italo-americane. Viterbo: Sette Città.
Salvarani, Luana. 2012. Sunday School literature. Letture e formazione dei giovani americani ai tempi della Frontiera. Roma: Anicia.
Salvarani, Luana. 2015. Nascita di una nazione. Esperienze e modelli dell’educazione nell’America dell’Ottocento. Roma: Anicia.
Tirabassi, Maddalena. 2019. “Prefazione”. In Storia degli italoamericani, a cura di William J. Connell e Stanislao G. Pugliese, XIII-XXIV. Firenze: Le Monnier.
1 Andrea Mariuzzo.
2 Il riferimento è qui a esempi come Transatlantic Perspectives. Europe in the Eyes of European Immigrants to the United States, 1930-1980, realizzato tra 2011 e 2012 dal German Historical Institute di Washington, D.C. (https://www.transatlanticperspectives.org/), e Intellettuali in fuga dall’Italia fascista, progetto curato da Patrizia Guarnieri per l’Università degli studi di Firenze tra 2019 e 2022 e ora disponibile in edizione ampliata dal 2023 (https://intellettualinfuga.com/).
3 Carmen Petruzzi.
4 Luana Salvarani.
5 «I believe that this special status has been eroding, and that we are witness the gradual reabsorption of educational decision making into multilevel, general purpose government and politics».
6 I dati si basano su interviste e sono, quindi, variabili tra le diverse indagini, ma il fenomeno è rilevato da tutti gli analisti. Per esempio, si può consultare lo studio del Pew Research Center: https://www.pewresearch.org/politics/2025/06/26/voting-patterns-in-the-2024-election/#gender-and-race-in-voting-preferences-in-2024.
7 https://www.ed.gov/about/initiatives/returning-education-states. Il testo del sito presenta una evidente somiglianza con A Nation at Risk nei problemi presentati, ma una notevole differenza nelle soluzioni proposte.