https://doi.org/10.36253/rse-19797
Received: February 4, 2026; Accepted: February 5, 2026; Published: June 15, 2026
Book Reviews
M. Morandi, Storia critica del voto scolastico. Brescia, Scholé, 2025, pp. 267
Università di Napoli “L’Orientale”, Italia
Il volume di Matteo Morandi si muove nel solco di una questione irrisolta e delicata che, nello snodo pedagogico rappresentato dalla “prova”, da secoli catalizza l’attenzione e le decisioni di tutti gli attori che si muovono sul proscenio dell’istruzione (sia scolastica che universitaria). Qual è la funzione del voto? Come rapportarsi, da studiosi di educazione e formazione, con la sua persistente e forse innegabile ineliminabilità? Il secondo interrogativo sembra fungere da leitmotiv di un libro nel quale l’autore, in un rigoroso e lucido sforzo di ricostruzione, affronta l’argomento della valutazione e della sua rappresentazione computazionale e misurabile mai dismettendo gli abiti dello storico. Solo così possiamo comprendere le motivazioni che stanno alla base di una graniticità docimologica che, nonostante plurimi e differenti tentativi, ribadisce la propria inscalfibilità nel tempo anche attraverso la trasformazione di strutture sociali e politico-amministrative.
La questione di fondo della brillante analisi di Morandi, quindi, si sostanzia in un profondo interrogativo d’impronta pedagogica: se riconosciamo al «dispositivo» del voto più limiti che possibilità, più difetti che pregi, più distorsioni conseguenti che possibilità prospettiche, perché il mondo dell’istruzione – e quello della scuola in particolare – non è mai riuscito a gettare il cuore oltre l’ostacolo della gabbia numerica? Ecco che, quindi, l’habitus dello storico arriva a presidiare il perimetro scientifico all’interno del quale l’intero ragionamento si sviluppa, restituendo al lettore coerente e dialettica ricognizione. La ricostruzione puntuale dell’evoluzione storica del voto, quindi, viene posta “al servizio” dello sguardo critico, soccorrendo anche chi volesse interrogarsi sul titolo del lavoro: “critica” è la rilettura del sistema di valutazione proprio perché, alla luce di tutti gli avvicendamenti normativi, ministeriali, scolastici e universitari, ciclicamente è ritornato e ritornerà lo sforzo di liberare il mondo dell’istruzione e dell’educazione da quel voto rivelatosi, nel tempo, emblema di una valutazione sommativa; valutazione che viene tenuta ben distinta, nell’analisi delle differenti epoche storiche, dai reiterati sforzi di declinarla in modo formativo e costruttivo.
L’illuminante capitolo introduttivo, partendo da un’espressione che inchioda i lettori all’immediata riflessione – «Il voto trasforma il sapere in una chiave d’accesso al mondo dell’utile» (p. 8) – presenta con ordine tutti i punti di tensione legati alla pratica valutativa numerica, lumeggiando particolarmente le criticità connesse a tutta la “costellazione pedagogica” che le fa da corredo: sanzioni, premi, competitività, distinzione, merito. Il tutto “stressando” felicemente il concetto di voto come dispositivo che, sulla falsariga delle riflessioni di Agamben, dovrebbe “disporre”, insieme a tutti gli altri elementi di un contesto di formazione, l’habitat più idoneo alla crescita dell’individuo, e non comprovarne il valore mediante una sterile e asettica misurazione.
La premessa è essenziale per fornire quella lente pedagogica attraverso la quale osservare la ricostruzione storica di uno strumento (altro termine specifico quanto scivoloso) che, nei secoli, attraversa situazioni, ambienti e ricollocazioni di varia natura.
Dall’epoca medievale, ci spiega lo studioso, deriva la natura stessa del concetto di voto, poiché risulta evidente la prossimità con la vera e propria “votazione”, riferibile ad una valutazione binaria, dalla quale scaturisse una approvazione o, al contrario, una non approvazione, terminologia riscontrabile in uno dei tanti, puntualissimi riferimenti del testo, dove l’autore cita Raffaele Foglietti nel recupero dei termini approbo e reprobo. Voto per approvare o disapprovare, dunque, e nel quale si intravede già, chiaramente, l’aspetto eminentemente selettivo.
Al Cinquecento, ed alla Ratio studiorum gesuita in particolare, il testo fa riferimento per recuperare con coerenza l’origine del concetto di classe e, soprattutto, per evidenziare una prima fase di sviluppo del momento cruciale della “prova”, poi divenuta “esame”: la divisione in gruppi, la competizione a squadre, le dispute e la ricerca della “verità-oggetto di studi” non nascono, ci ricorda Morandi, con intenti specificatamente selettivi ma, di fatto, cedono presto il passo ad un concetto di “merito” che finisce per agganciarsi troppo presto alla sua radice etimologica: «D’altro canto, che il merito abbia a che fare sempre con una ricompensa […] è implicito nella sua etimologia, dal latino merere, meritare nel senso di ottenere la propria parte» (p. 64).
Tale curvatura d’ordine performativo accompagna i secoli successivi fino all’approdo presso gli ordinamenti scolastici europei dell’Ottocento, ivi compreso quello italiano. Non a caso il testo indica come «felpato» l’ingresso del voto numerico, quasi a sottolinearne la capacità di addentrarsi ed incunearsi, come inevitabile presenza, grazie alle “posture” competitive e selettive di cui sopra.
Tra le Istruzioni napoleoniche del 1812 e la circolare del Regno di Sardegna del 1851 passano meno di trent’anni, ma l’asse del consolidamento numerico-computazionale riferibile al voto/giudizio si consolida e mette radici nella coscienza collettiva (mirabile in tal senso anche lo sguardo socio-pedagogico che Morandi proietta sui diversi contesti che si avvicendano in uno spazio-tempo ampio come quello preso in esame).
Si arriva, così, agli studi docimologici veri e propri, che tengono dentro, come nuovi co-protagonisti dell’affollato proscenio valutativo, “attitudini”, “test” e, soprattutto, il tanto discusso “errore”, su cui le nuove discipline nate negli ultimi due secoli, ed in particolare la psicologia, riversano fiumi d’inchiostro e torrenti teorici. Dopo una puntuale analisi relativa alle scuole di pensiero francesi, anglosassoni e italiane – con un doveroso excursus sull’apporto della psicologia italiana, da De Sanctis a Montessori fino a Gemelli – Morandi descrive le “quattro generazioni” dell’educational evaluation che nel nostro paese sono approdate ai più recenti confronti grazie alle teorie di Visalberghi, Calonghi, Gattullo ed altri.
Particolarmente interessante, almeno per la forma mentis di chi appunta queste note, il capitolo del libro relativo alla scuola narrata, ed in particolare all’«esperienza del voto» così come viene raccontata in molte pagine ispirate di tanta letteratura.
Questa parte del libro ha un duplice pregio: da un lato, infatti, testimonia la versatilità dell’autore che, pur essendo uno “specialista” della storia scolastica, si muove perfettamente a suo agio rispetto a tutte le prospettive del settore scientifico nel quale si colloca, ivi compreso l’orizzonte letterario e narrativo “per” e “su” l’infanzia; d’altro canto, l’ampliamento letterario consente di veicolare un’analisi potenziata dal registro di una divulgazione che, paradossalmente, “certifica” l’esperienza storica mediante la fictio. Felice bidirezionalità, la letteratura viene qui utilizzata come riscontro scientifico in termini di ricostruzione storico-scolastica.
Da Meneghello a Mosca a Pitzorno, da Onofri a Starnone a Ferrante, passando per i vari Mastrocola e Recalcati, la scuola ed il momento fatidico della “prova” vengono passati in rassegna attraverso tutte le sfumature che generano racconto: l’aula, il registro, i libri, i quaderni, la materialità degli oggetti e l’immaterialità dell’aura di un tempo scolastico che tutti attraversano divengono testimoni affidabili e inventati al contempo, riuscendo nell’intento di ampliare lo spettro d’analisi sui voti e sulle conseguenze degli stessi.
Non è un caso che proprio l’asse letterario consenta a Matteo Morandi un più confortevole aggancio alle tematiche educative e politiche che hanno permeato la discussione sulla valutazione in pieno Novecento, soprattutto in Italia, grazie alla generazione dei maestri scrittori.
Milani, Lodi, Rodari e Manzi vengono agilmente richiamati come vettori pedagogico-narrativi utili ad una virtuosa declinazione delle migliori istanze degli anni Sessanta e Settanta, in un mosaico di prospettive e riflessioni tutte tendenti a superare la mera computazione numerica ed a riposizionare l’attenzione sulla formazione del fanciullo a partire dall’individuazione delle ineludibili condizioni di partenza, delle prerogative personali e del complessivo “corredo esistenziale” nel rispetto del soggetto-persona. In tal senso si prefigura una conclusiva “propulsione” pedagogica del testo, che rivela il chiaro auspicio dell’autore verso un complessivo superamento del voto. «Contro la logica del voto», egli immagina una scuola depurata dalle peggiori derive del sistema numerico; una scuola capace di superare l’emulazione, nella scia delle riflessioni di Flores D’Arcais e del già richiamato Visalberghi, restituendo a prove e accertamenti un valore autenticamente formativo, volto al consolidamento di consapevolezze e maturazioni.
La puntuale analisi degli ultimi convulsivi decenni restituisce un avvicendarsi di normative – e relative terminologie – che tra crediti, portfolio, conoscenze e competenze sembra aver travolto il senso stesso della valutazione e del sistema-scuola. E, a tal proposito, dopo un doveroso approfondimento sulla felice esperienza sperimentale delle “scuole senza voto”, con tanto di reale e struggente dichiarazione di resa, a firma della professoressa Alessandra Mondini di Clusone (p. 198), Morandi consegna ad efficaci conclusioni la visione del pedagogista che riesce a proiettare lo sguardo verso il futuro delle nuove generazioni:
Dico che la valutazione dovrebbe avere nella scuola un ruolo eminentemente didattico, ovvero educativo. Quando una madre o un padre interrogano il proprio figlio la sera prima di una verifica, “provandogli la lezione” […] non lo fanno per attribuirgli un voto […] piuttosto cercano di renderlo più sicuro di ciò che sa e conscio di quel che ancora non sa come dovrebbe. (pp. 211-212)
Suggestiva la visione di una scuola che prepara ad una prova con postura “genitoriale”, sapendo che in un modo o in un altro, qualunque sia il risultato (o il voto), quella stessa prova dovrebbe, sempre, generare crescita e premura: «Così dovrebbe essere la valutazione nelle classi: strumento di “cura” più che di cui avere cura, occasione per aggiustare e ricalibrare in itinere il lavoro di studenti e docenti» (p. 212).