https://doi.org/10.36253/rse-17517
Received: March 24, 2025; Accepted: March 26, 2025; Published: June 5, 2025
Letteratura, cultura visuale e infanzia: itinerari storici e prospettive ermeneutiche
Literature, Visual Culture and Childhood: Historical Itineraries and Hermeneutical Perspectives
1 Università degli Studi Roma Tre, Italia
2 Università degli Studi di Macerata, Italia
3 Università degli Studi di Milano-Bicocca, Italia
chiara.lepri@uniroma3.it; juri.meda@unimc.it; martino.negri@unimib.it
Abstract. This contribution presents the results of the call for papers “Literature, Visual Culture and Childhood: Historical Itineraries and Hermeneutic Perspectives”, collected with the intention of offering a reflection from a historical and interpretative perspective on the relationship between image, text and visual culture with particular reference to publishing forms aimed at an audience of young and young readers. The numerous proposals by authors – here divided into two sections: “Historical itineraries and hermeneutic perspectives” and “Iconic products of contemporaneity and hermeneutic perspectives” – has made it possible to ascertain on the one hand the wide interest developed today around the dimension of the visual dimension in children’s literature which increasingly requires scholars to resort to multiple and interdisciplinary methodological tools, on the other hand, the vitality and maturity of the historical-educational reflection on that evolutionary process that, over the last decades, has recognised the iconic language of books as having full artistic, narrative and semantic dignity.
Keywords: children’s literature, history of illustration, visual culture, image, childhood.
Riassunto. Il contributo presenta gli esiti della call for papers “Letteratura, cultura visuale e infanzia: itinerari storici e prospettive ermeneutiche”, raccolti nell’intenzione di offrire una riflessione in prospettiva storica e interpretativa sul rapporto tra immagine, testo e cultura visuale con particolare riferimento alle forme editoriali rivolte a un pubblico di piccoli e giovani lettori. La numerosità delle proposte di autori e autrici – qui suddivise in due sezioni: “Itinerari storici e prospettive ermeneutiche” e “Prodotti iconici della contemporaneità e prospettive ermeneutiche” – ha consentito di constatare da un lato l’ampio interesse oggi sviluppatosi intorno alla dimensione del visivo nella letteratura per l’infanzia, che sempre più impone allo studioso il ricorso a strumenti metodologici plurimi e interdisciplinari, dall’altro la vitalità e la maturità della riflessione di natura storico-educativa in merito a quel processo evolutivo che, nel corso degli ultimi decenni, ha riconosciuto al linguaggio iconico dei libri piena dignità artistica, narrativa e semantica.
Parole chiave: letteratura per l’infanzia, storia dell’illustrazione, cultura visuale, immagine, infanzia.
Contents
Ambiti tematici e filoni d’indagine
Prodotti iconici e prospettive ermeneutiche tra passato e presente
Premessa
Le immagini sono legate al narrare da tempo immemorabile, da molto prima che i racconti iniziassero a essere stampati all’interno di libri impreziositi – col passare dei secoli e il raffinarsi dei processi di stampa – da illustrazioni colorate e sempre più fitte di dettagli. Inizialmente – per ragioni di ordine tecnico ed economico – le immagini riprodotte all’interno dei libri erano poche e realizzate a partire da incisioni semplici nella struttura e rozze nel segno, stampate in bianco e nero; successivamente, grazie all’introduzione della stampa cromolitografica e dell’evoluzione della stampa xilografica a colori, nella seconda metà del XIX secolo, le immagini iniziarono a essere pubblicate con colori vivaci e in formati più ampi, ideali per affascinare i lettori, invitati ai piaceri dell’indugio, dell’immersione e del rapimento estetico.
Nella maggior parte dei casi, questi libri erano però accessibili esclusivamente ai rampolli delle famiglie più abbienti e uscivano in tirature quantitativamente limitate e a prezzi molto elevati. Il perfezionamento delle tecniche di stampa e l’abbattimento dei costi di produzione consentirono col tempo di pubblicare libri ampiamente illustrati a prezzi più contenuti, generando un nuovo fecondissimo mercato editoriale che iniziò a estendersi a un ambito socio-culturale più vasto; fin dall’antichità, del resto, le raffigurazioni pittoriche e scultoree avevano rappresentato una significativa forma di accesso alla cultura alta per il popolo illetterato.
La forza seduttiva delle immagini iniziò a questo punto a giocare un ruolo rilevante anche nella dimensione commerciale, diventando un potente elemento di richiamo per i giovani lettori e per gli adulti che acquistavano i libri per loro. Nella seconda metà degli anni Settanta del XIX secolo, grazie ad artisti come Walter Crane, Kate Greenaway e, soprattutto, Randolph Caldecott, nacque in Inghilterra la forma moderna del picture book, mentre in Italia, negli stessi anni, le immagini sempre più efficaci sul piano comunicativo realizzate dagli illustratori iniziarono a popolare l’immaginario collettivo, generando modelli figurativi e vere e proprie icone della moderna cultura di massa.
A partire dai primi decenni del XX secolo – inizialmente nei libri rivolti ai bambini più piccoli – le illustrazioni presero gradualmente il sopravvento sulle parole, mettendo in discussione lo storico rapporto di forza esistente tra testo e immagine all’interno del libro e favorendo l’imporsi di una nuova idea di autorialità, non circoscritta al solo scrittore, ma estesa all’illustratore, legittimato nel ruolo di architetto di un dispositivo narrativo verbo-visuale significativamente connotato da un’articolata serie di elementi non solo iconici e grafici, ma anche materiali: dopo secoli al servizio della parola, al linguaggio iconico iniziava a essere finalmente riconosciuta una piena dignità artistica, narrativa e semantica.
Questa evoluzione può essere colta attraverso molteplici e complementari prospettive – editoriali, estetiche, letterarie, pedagogiche e semiotiche – in grado di rilevare i molteplici e multiformi legami esistenti tra letteratura, cultura visuale e infanzia, che solo uno sguardo multi-prospettico può tentare di interpretare, anche – sebbene non solo – nell’ambito di una riflessione di natura storico-educativa. La presente raccolta di studi intende mettere a fuoco, in una prospettiva diacronica, la ricchezza e la complessità di questo lungo e sfaccettato itinerario evolutivo, caratterizzato da audaci mutamenti di paradigma e bruschi rallentamenti in nome di una presunta superiorità del lógos sull’eikón.
Ambiti tematici e filoni d’indagine
In fase di progettazione del presente numero monografico, pertanto, abbiamo tentato di individuare e proporre a studiose e studiosi potenzialmente interessati a partecipare con un proprio contributo originale un’ampia gamma di tematiche, in grado di restituire lo sguardo multi-prospettico cui ci siamo appena riferiti. Le numerose proposte ricevute ci hanno consentito di constatare da un lato l’ampio interesse oggi sviluppatosi intorno alla dimensione del visivo nella letteratura per l’infanzia, che sempre più impone il ricorso a strumenti metodologici e ad approcci interpretativi interdisciplinari, e dall’altro la vitalità e la maturità della riflessione storiografica elaborata all’interno del nostro settore scientifico-disciplinare in merito ad alcune delle tematiche suggerite.
Nel contesto della riflessione critica italiana sulla storia dell’illustrazione editoriale, oggi così ricca e variegata, per oggetti di ricerca e metodologia di indagine, un posto speciale, da un punto di vista genealogico, è occupato da Antonio Faeti, col suo Guardare le figure (Einaudi, 1972), e Paola Pallottino, cui si deve la Storia dell’illustrazione italiana (Zanichelli, 1988). Bolognesi – il primo di nascita, la seconda d’adozione – hanno posto con il loro lavoro di ricerca due vere e proprie pietre miliari: Bologna, d’altra parte, è la patria della Fiera del Libro per Ragazzi, nata nel 1964, e ha riservato fin dal 1967, con la Mostra Internazionale degli Illustratori, una specifica attenzione alla dimensione visiva. Maestro di scuola e in seguito primo docente universitario di Letteratura per l’infanzia, col suo pionieristico e per certi aspetti “mitico” «trattato di sociologia dell’immaginario […] che prende a pretesto i libri per bambini» (Faeti 2001), come egli stesso lo definì, Faeti ebbe il merito grandissimo di aprire una pista, battere una strada che nessuno aveva ancora battuto – come il rodariano Martino Testadura – indicando una direzione di lavoro, anche da un punto di vista metodologico, lungo la quale si sarebbero incamminati, nei decenni successivi, studiose e studiosi che rappresentano oggi una vera e propria “scuola” che ha nel paradigma indiziario di ginzburghiana memoria il suo fondamento epistemologico e rappresenta, non solo nel nostro Paese, un importante punto di riferimento. Storica dell’arte e illustratrice, Pallottino ha condensato il suo monumentale lavoro di ricerca e schedatura di autori, opere e tecniche nella Storia dell’illustrazione italiana, grande compendio storico che rappresenta un “classico della critica”, ossia una lettura obbligata per “farsi le basi”, anche per quanto riguarda le tecniche di riproduzione della immagini, cui fa da recente complemento un altro lavoro di ricerca meticolosa e necessaria sulla storia dell’illustrazione al femminile, pubblicato alcuni anni or sono: Le figure per dirlo. Storia delle illustratrici italiane (Treccani, 2019). Faeti ha aperto la strada della riflessione sul rapporto tra le figure presenti nei libri e le forme dell’immaginario di un’epoca e di una società, ma il suo fondamentale apporto, come quello di Pallottino, ha riguardato anche la dimensione dell’iconologia, ovvero della riflessione ermeneutica, della lettura e interpretazione delle immagini.
Se è vero che la “scuola bolognese” rappresenta una tradizione critica che ha lasciato e continua a lasciare il segno nell’ambito della riflessione sulla cultura visiva, sia dentro sia fuori dall’accademia – con le ricerche di Marco Dallari, Roberto Farné, Giorgia Grilli, Marcella Terrusi e i loro allievi, per un verso, per l’altro col lavoro sulla cultura visiva contemporanea dei membri dell’Associazione Culturale Hamelin – è altrettanto vero che, soprattutto negli ultimi vent’anni, altre studiose e studiosi hanno affrontato in modo sempre più sistematico e approfondito, e da prospettive ermeneutiche differenti, il mondo dell’illustrazione e dell’editoria illustrata per l’infanzia assumendo a oggetti della propria ricerca prodotti culturali molto diversi tra loro come lo sono singole opere e riviste, problemi di ordine tematico, stilistico e testuale, autori e autrici, snodi storici e culturali, aspetti materiali della produzione editoriale, temi legati alla ricezione o al rapporto tra ricerca estetica e tensione educativa. Per ragioni di spazio non è possibile, qui, tracciare una mappa esaustiva di tali ricerche, e dunque ci limitiamo a enumerare i nomi di coloro che negli ultimi decenni, e non necessariamente nel contesto accademico, hanno offerto ulteriori contributi alla riflessione sul rapporto tra immagini, parole e infanzia: Anna Antoniazzi, Marnie Campagnaro, Lorenzo Cantatore, Dorena Caroli, Walter Fochesato, Andrea Rauch, Francesca Tancini e Pompeo Vagliani.
Il numero monografico che presentiamo tocca tappe e protagonisti di quella “rivoluzione copernicana” che porta il tradizionale libro illustrato per l’infanzia ottocentesco a evolversi nel corso del ventesimo secolo verso nuove forme e formati, dall’albo illustrato o picture book al silent book, fino ai libri gioco, ai libri animati, ai movable book, a libri sempre più interattivi, all’interno dei quali l’immagine acquista un ruolo sempre più preponderante rispetto alla parola e ridefinisce la propria funzione nel variegato universo dei prodotti editoriali destinati all’infanzia, in una costante tensione tra tradizione e innovazione, tra dimensione estetica ed educativa, tra fiction e non-fiction.
Due ambiti di riflessione al centro di diversi contributi sono il rapporto testo-immagine e le tecniche di illustrazione. Il rapporto tra parole e figure nello spazio della pagina è esplorato da diverse prospettive: Luca Ganzerla lo affronta in una prospettiva schiettamente storica ed evolutiva, Claudia Alborghetti in quanto strumento funzionale a una messa a fuoco di questioni relativa alla ricezione nell’ambito della traduzione letteraria e Giorgia Grilli in quanto perno della svolta “pittorica” che ha investito la produzione di non-fiction picture book negli ultimi due decenni. Elisa Marazzi fa esplicitamente riferimento alle tecniche di incisione impiegate nella realizzazione delle “stampe illustrate di larga circolazione” e – d’altro canto – Alessandra Mazzini e Lucia Paciaroni approfondiscono indirettamente con le loro ricerche l’organizzazione della forma e dello spazio nel quale sono disposti gli elementi testuali e iconici che compongono il progetto grafico di un determinato prodotto editoriale. Anche il contributo di Susanna Barsotti e Lorenzo Cantatore effettua un approfondimento sulle sperimentazioni delle tecniche di illustrazione con particolare riferimento all’impiego di materiali poveri e al riuso dell’objet trouvée propri di un maestro come Emanuele Luzzati, capace di innestare linguaggi all’insegna del mood ludico a partire dalla tradizione fiabistica e non solo.
Libri di pregio, libri-premio, libri fatti a mano costituivano un altro dei possibili temi di indagine proposti nell’ambito della call for papers di questo numero monografico. Se non si è potuto sondare in profondità la variegata tipologia di prodotti editoriali che compongono questa particolare categoria, il contributo di Alessandra Mazzini sui calligrammi, ovvero le rime-figure, di Mario Faustinelli e quello di Lucia Paciaroni sui libri e gli albi fotografici per l’infanzia e l’adolescenza del panorama editoriale italiano, peraltro analizzati in chiave diacronica nella loro prospettiva evolutiva, consentono di riflettere sul rapporto intrinseco molto forte esistente tra l’editoria illustrata e la creazione artistica. Anche Valentina Valecchi effettua un affondo storico-interpretativo su alcune speciali tipologie di prodotti editoriali come i libri d’artista, ai quali si deve riconoscere, nella storia della letteratura rivolta all’infanzia, l’introduzione di nuovi codici visivi tra cui quelli che si avvalgono della non figurazione, ossia dell’astrazione e del linguaggio simbolico, mentre Amalia Marciano illustra un percorso storico sulle forme compositive che conferiscono tridimensionalità all’esperienza di lettura, dai libri pop-up ai tunnel book, attraverso spettacolari strategie cartotecniche: prodotti editoriali che riprendono e sviluppano sperimentazioni che hanno caratterizzato i libri pensati appositamente per l’infanzia fin dalla metà del XVII secolo, come illustra Pompeo Vagliani nel suo contributo.
È rimasta invece sullo sfondo un’altra forma di narrazione per immagini, come il fumetto, che nel corso del ventesimo secolo ha stabilito un’intensa relazione con la stampa periodica per l’infanzia e l’adolescenza (poi affievolitasi con l’emergere degli albi a fumetti e del graphic novel), oggetto nel recente passato di una stagione di studi particolarmente prolifica, che da Genovesi (1972) – passando per Dallari e Farné (1977) e ancora Faeti (1980) – è giunta fino alle ricerche promosse da Juri Meda (2007, 2013), Renata Lollo (2009), Ilaria Mattioni (2012), Fabiana Loparco (2016) e Sabrina Fava (2016). Solo Mattioni dedica in parte il proprio contributo all’“arte sequenziale”, seppure alcuni riferimenti siano presenti anche nel contributo di Montecchiani su Il Giornalino della Domenica e in quello di Elisa Marazzi. Quest’ultima, in particolare, contesta la teoria secondo cui la “fiaba a quadretti” (Bertieri 1989) adottata dal Corriere dei Piccoli sin dal 1908 costituisca una nuova forma di comunicazione, percepita come moderna e trasgressiva nell’asfittico contesto grafico della stampa periodica per l’infanzia di età liberale e propone invece una sua derivazione dalle “stampe illustrate di larga circolazione”, estremamente familiare ai lettori dell’epoca. Anche l’interesse crescente di pubblico per il graphic novel e i manga non riceve tra queste pagine la necessaria attenzione critica, ma siamo certi che gli studi già in corso di svolgimento possano colmare nel prossimo futuro questa lacuna attraverso approfondite disamine.
L’analisi critica della ricezione in relazione alla formazione dell’immaginario attraverso la fruizione delle immagini costituisce un altro elemento fondamentale del complesso rapporto esistente tra letteratura, cultura visuale e infanzia, che tuttavia non è stato possibile approfondire in questo numero monografico, nel quale gli autori si sono solo in certa misura concentrati sulla comprensione dell’oggetto estetico da parte del lettore-fruitore – teorizzata dallo storico della letteratura tedesco Wolfgang Iser, e più in generale da tutta la critica letteraria reader-oriented (come Jauss, Eco e Fish) – e sulla centralità dell’attribuzione di senso da parte di quest’ultimo, oltre che da parte dell’autore stesso. Da questo punto di vista, non può non colpire – come sottolinea Cristina Gumirato nel suo contributo – come già negli anni Sessanta nelle pagine della rivista Schedario si assistesse alla contesa tra una prospettiva ermeneutica esclusivamente incentrata sul valore estetico-letterario del testo e una incentrata sul destinatario, indagato dal punto di vista psico-pedagogico.
Prodotti iconici e prospettive ermeneutiche tra passato e presente
Si è stabilito di suddividere i contributi in due sezioni: la prima, «Itinerari storici e prospettive ermeneutiche», con i contributi di Elisa Marazzi, Pompeo Vagliani, Luca G.M. Ganzerla, Sofia Montecchiani, Susanna Barsotti e Lorenzo Cantatore, Ilaria Mattioni, Cristina Gumirato, Claudia Alborghetti; la seconda, «Prodotti iconici della contemporaneità e prospettive ermeneutiche», con i contributi di Lucia Paciaroni, Giorgia Grilli, Alessandra Mazzini, Valentina Valecchi, Simone di Biasio e Amelia Marciano. Questa distinzione è stata introdotta nell’intenzione di sottolineare il carattere polisemico e la natura trans-cronologica della letteratura per l’infanzia, la poliedricità del cui statuto epistemologico è elemento irrinunciabile e qualificante.
Del resto, tanto l’analisi critica della letteratura per l’infanzia quanto quella dell’illustrazione si presentano in una prospettiva diacronica in grado di sottolinearne le linee evolutive come pure la relazione genealogica tra le forme e i modi del passato e quelli dell’attualità. Per questo motivo, abbiamo cercato di collocare i contributi in relazione ai periodi storici trattati al loro interno nel tentativo di offrire una ricostruzione cronologicamente ordinata che espliciti al meglio tale inscindibile relazione: il senso è di tracciare un percorso interpretativo che si interroghi sulla qualità delle immagini e dei “costruttori” di libri che a vario titolo (illustratori, grafici, editori), nel corso del tempo e nei diversi contesti culturali, si sono avvalsi del linguaggio iconico. Ne emerge, attraverso i contributi selezionati e gli affondi proposti da autori e autrici, le cui linee ermeneutiche si estendono a più ampie riflessioni epistemologiche sulla materia di cui trattiamo, un itinerario in grado di testimoniare il connubio virtuoso e di lunga durata tra arte e letteratura, come pure modalità espressive di visioni del mondo e immaginari che indubbiamente hanno nutrito generazioni di piccoli e giovani lettori. È quest’ultimo un aspetto non trascurabile, che lega il nostro discorso sul visivo in particolare alla storia dell’immaginario: l’opera narrativa che si pregia dei codici visivi concorre sempre, infatti, alla costruzione di modelli e paradigmi conoscitivi, i quali si depositano in profondità nel lettore (soprattutto nel soggetto in crescita), che assimila e interiorizza significati, li elabora per dare forma a un insieme dinamico di produzioni di senso e arricchisce il proprio sguardo di ulteriori rappresentazioni del mondo (Lepri 2016). Rivolgere attenzione alla storicità non soltanto dei contenuti, ma anche delle forme proprie della letteratura per l’infanzia – come da sempre sono quelle che si avvalgono dei linguaggi verbo-visuali – significa indagare intenzioni, idee, significati che necessariamente interessano anche la storia dell’educazione.
La sezione «Itinerari storici e prospettive ermeneutiche» inizia con il contributo di Elisa Marazzi – storica della stampa e dell’editoria, ci teniamo a sottolinearlo – dedicato alle stampe illustrate in foglio singolo diffusesi in tutta Europa tra XVIII e XX secolo, un tempo note come “stampe popolari” nonostante la loro fruizione fosse trasversale ai ceti sociali, e alla genesi – da esse – dei primi fogli illustrati specificamente pensati per i bambini, nuovo target di pubblico per calcografi e litografi che vedevano progressivamente erodere il proprio bacino d’utenza da letture sempre più economiche. Questi fogli erano composti da serie di vignette, accompagnate da brevi didascalie in rima, e stampati come plance per giochi da tavolo o anche utilizzati dai loro piccoli fruitori come materiali per lo scrapbooking, anche quando non originariamente pensati né predisposti per essere ritagliati. Questa formula sarà successivamente adottata da quello che diverrà l’organo a stampa dell’infanzia italiana: il Corriere dei Piccoli. Non a caso, l’autrice definisce le proprie ricerche una specie di «archeologia dell’editoria per ragazzi», che siamo certi genererà numerosi stimoli di riflessione tra coloro i quali dedicano i propri studi a queste tematiche.
Il secondo contributo della sezione, di Pompeo Vagliani, verte sui libri interattivi per l’infanzia dell’Ottocento, con una particolare attenzione alle produzioni editoriali francesi e tedesche, decisamente più avanzate rispetto alle produzioni italiane coeve. A partire dal dispositivo della volvella rotante presente nell’Orbis Pictus di Comenio, che segna un emblematico inizio riconducendo le invenzioni cartotecniche a uso della didattica a quello che è universalmente riconosciuto come il primo sussidiario della storia, Vagliani esplora alcune tappe significative nell’evoluzione delle sperimentazioni e delle innovazioni nella concezione dei libri interattivi per l’infanzia, che vede nella prima metà del secolo un periodo “pionieristico”, cui seguirà lo sviluppo di una vera e propria ingegneria ludica basata su una perizia cartotecnica sempre più sofisticata. L’attenta ricostruzione di Vagliani si sofferma proprio sulla prima fase di questa evoluzione, prendendo in considerazione, tra gli altri, libri come Le livre Joujou [1831] di Jean-Pierre Brès o le Bunte Scenerien aus dem Menschenleben [1836] di Leopold Chimani, in cui la presenza di dispositivi cartotecnici ha una funzione evocativa e narrativa, mostrando il fine ludico dell’esperienza di lettura che si intende generare, agendo sul rapporto fra testo e immagine: libri a “realtà aumentata”, come scrive l’autore, «in cui la visione fisica della trasformazione delle immagini provoca un’amplificazione dell’effetto affabulatorio».
Il contributo di Luca Ganzerla, saldamente documentato sul piano delle fonti primarie e della critica internazionale, si focalizza invece sul ruolo dell’editoria francese dell’Ottocento e della prima metà del Novecento nel promuovere un cambiamento nelle funzioni dell’illustrazione nei libri illustrati, esplorando nuove possibilità nell’ambito della grammatica dell’albo illustrato – o album pour la jeunesse – che aveva trovato nell’Inghilterra vittoriana il suo storico inizio. L’attenzione di Ganzerla si concentra, nello specifico, sulle proposte di alcuni editori (Hetzel, Hachette, Faucher) e artisti (Grandville, Frølich, Job, Boutet de Monvel, Hellé, Rabier, de Brunhoff) che hanno contribuito in maniera originale all’evoluzione del libro illustrato e dell’album pour la jeunesse, sia sul piano del linguaggio, sia su quello dei temi. Sebbene in maniera inevitabilmente sintetica, vista l’ampiezza del tema rispetto alla misura consentita dal contributo, Ganzerla riesce a individuare quattro momenti specifici nella storia di questa evoluzione, rispetto alla quale c’è ancora poco o nulla nel contesto delle ricerche italiane di settore, e che pure avrà un chiaro influsso nella definizione dei caratteri dell’albo illustrato novecentesco, promuovendo, tra le altre cose, la nascita di personaggi seriali.
Nel contributo dedicato alla funzione delle immagini nel progetto di educazione etico-civile de Il Giornalino della Domenica, Sofia Montecchiani approfondisce l’inscindibile connubio esistente tra linguaggio iconico e verbale all’interno del noto periodico illustrato diretto da Luigi Bertelli e il ruolo giocato dalle illustrazioni (ma anche dalle fotografie, come avrà modo di sottolineare Lucia Paciaroni nel proprio articolo) nella formazione della coscienza civile delle giovani generazioni italiane, oltre che – ci piace sottolinearlo – nella loro educazione estetica.
Nell’ambito di un’indagine che guarda alla matericità del libro, Susanna Barsotti e Lorenzo Cantatore svolgono un accurato affondo interpretativo sulla figura di Emanuele Luzzati (1921-2007) quale esempio straordinario di artista che declina la propria attenzione verso l’infanzia attraverso l’espressione di molteplici e intercambiabili linguaggi della cultura visuale. Dalla scenografia al costume teatrale, dal teatro di figura al cinema d’animazione, dal libro all’albo illustrato, dalle arti applicate ai manifesti, dalle locandine alle copertine, l’opera luzzatiana si caratterizza per il costante richiamo alla tradizione letteraria (la fiaba, i poemi cavallereschi, la commedia dell’arte), della quale egli propone una personale rilettura in chiave figurativa e verbale. I celebri lavori originati da storie e personaggi canonici come il Flauto magico, la Gazza ladra, Cenerentola, Alì Babà, Pulcinella, Pinocchio, inconfondibili nel segno e nel tratto cromatico, consentono al libro per l’infanzia di farsi «opera d’arte totale» (Cantatore 2019) in cui il visivo dialoga con il verbale, il musicale, l’azione fisica del gesto espressivo.
Ilaria Mattioni propone un interessante contributo sulla relazione tra l’influsso esercitato dall’iconica trasmissione RAI «Carosello» sull’immaginario infantile, parte della nascente cultura di massa consumistica, anche attraverso la sua interazione con uno tra i più significativi periodici per l’infanzia del periodo: Il Giornalino, già suo oggetto di studio in passato (Mattioni 2012). Lo studio sollecita l’adozione d’una prospettiva crossmediale, che ponga in relazione non solo la pubblicità televisiva con la stampa periodica per ragazzi (con un rapido ma significativo richiamo genealogico alle “stampe illustrate” trattate da Elisa Marazzi nel suo contributo), ma anche col cinema d’animazione e coi cartoni animati, rimasti finora ai margini della ricerca storico-educativa. L’autrice sottolinea la mutazione genetica subita da illustratori e figurinai, trasformatisi in abili cartoonist e infine in animatori di pupazzetti pubblicitari di enorme successo, dato che le difficoltà economiche del dopoguerra e la spietata concorrenza disneyana avevano spinto i principali studi d’animazione italiani dai cortometraggi animati alla pubblicità televisiva.
Nel suo contributo, Cristina Gumirato risale alle origini della critica dell’illustrazione per ragazzi nel nostro paese, proponendo un interessante itinerario storiografico che si snoda dagli anni Cinquanta agli anni Settanta e che ha al centro l’indimenticata rivista edita dal Centro Didattico Nazionale di Studi e Documentazione di Firenze (Schedario) e l’infaticabile attività culturale promossa da Enzo Petrini, Maria Bartolozzi e Vezio Melegari al fine di evidenziare la rilevanza estetica e la densità semantica della letteratura per l’infanzia e del suo apparato iconografico, a lungo negletta in ambito pedagogico, promuovendone lo studio in modo sistematico.
L’articolo di Claudia Alborghetti, infine, tratteggia la storia della ricezione dell’opera narrativa di Gianni Rodari nel Regno Unito negli anni Sessanta e Settanta, attraverso l’analisi di cinque opere e dei relativi apparati iconografici: una storia che inizia con la traduzione delle Telephone Tales (Favole al telefono) nel 1965 e si conclude con l’uscita, nel 1976, delle Tales Told by a Machine (Novelle fatte a macchina). L’analisi di Alborghetti, che si ispira al modello di analisi paratestuale di Gerard Genette, si sofferma sugli apparati iconografici originali a corredo dei testi rodariani tradotti, affidati a sei diversi illustratori (Dick de Wilde, Anne e Janet Grahame Johnstone, A.R. Whitear, Jan Brychta, Fulvio Testa), e attraverso l’analisi delle scelte espressive effettuate ambisce a ricostruire, per una via che potremmo definire indiziaria, una storia del gusto estetico nella letteratura per l’infanzia del Regno Unito nei due decenni presi in considerazione.
La sezione «Prodotti iconici della contemporaneità e prospettive ermeneutiche» si apre con il contributo di Lucia Paciaroni dedicato ai libri e albi fotografici per l’infanzia e l’adolescenza nel panorama editoriale italiano. L’autrice adotta una prospettiva diacronica che consente di osservare le origini di questo fenomeno editoriale, di evidenziare le difficoltà iniziali del suo decollo a causa della diffusa convinzione che le immagini fotografiche fossero troppo realistiche e di esaminare la sua evoluzione nel corso del tempo. Il primo autore per bambini della storia ad accompagnare i suoi versi con questo tipo di immagini fu Hans Christian Andersen, che nel 1866 pubblicò col fotografo Harald Paetz il volume Fotograferede Børnegrupper. Da quel momento furono sempre più autori – anche se più all’estero che nel nostro paese – a utilizzare le fotografie per illustrare libri per l’infanzia, di vario genere: dai concept book, come quelli della fotografa statunitense Tana Hoban, ai libro-gioco pieni di alette, finestrelle e spioncini, a libri didattici, libri nomenclatura, libri-alfabetieri e – per i più piccoli – “libri con le facce”. In ognuna di queste tipologie la funzione della fotografia è sempre diversa: a volte rappresenta ciò che è riportato nel testo, altre volte viene “contaminata” dall’illustrazione (come nel caso dell’artista Marianna Balducci), altre volte ancora è un’opera d’arte, mentre nei libri per la prima infanzia si usa spesso come strumento per stimolare la parola o per giocare.
Giorgia Grilli, nel suo contributo, affronta invece quella che ritiene una svolta epocale nella concezione e nella produzione dei libri non-fiction per l’infanzia del XXI secolo: una svolta che risiede in un mutamento profondo nel modo di immaginare i libri di divulgazione scientifica – libri che parlano della realtà – sempre più spesso concepiti come una vera e propria sfida creativa intesa a suscitare stupore nel lettore, e attraverso lo stupore accendere la curiosità, il desiderio di esplorare e conoscere il reale. Riferendosi a casi esemplari scelti dalla letteratura internazionale di divulgazione scientifica degli ultimi vent’anni, Grilli delinea quella che individua come una svolta “pittorica”, che pone al centro dell’ideazione dell’opera un’idea visiva – idea che si manifesta in diversi aspetti del libro inteso come oggetto: il design editoriale, la veste grafica, la composizione della pagina, la materialità del libro – capace di coinvolgere il lettore non solo sul piano cognitivo ma anche e soprattutto su quello estetico, sollecitando inferenze, collegamenti, intuizioni e dando vita ad una forma di conoscenza decisamente più attiva e partecipata rispetto a quella promossa da forme più tradizionali di divulgazione.
Valentina Valecchi indaga su un ambito ancora poco esplorato nella storia della letteratura illustrata rappresentato dall’analisi delle modalità con cui l’astrazione si è espressa nelle immagini destinate al pubblico infantile, dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. Il contributo si propone di approfondire, in particolare, le scelte artistiche, stilistiche e concettuali di illustratori e illustratrici che hanno adottato la non figurazione per valorizzare le potenzialità simboliche offerte da forme e colori ai fini narrativi aprendo a prospettive innovative e ricche di potenziale sul piano della visual literacy. A partire dall’analisi diacronica di opere che adottano un linguaggio visivo completamente astratto, da El Lissitzky a Luigi Veronesi, sino a Leo Lionni, a Warja Lavater e altri, l’autrice – che ha una formazione anche in storia dell’arte – evidenzia come questa peculiare modalità di rappresentazione possa offrire ricchi spunti di riflessione sul piano storico-educativo ma anche della formazione delle giovani generazioni al visivo, giacché promuove lo sviluppo del pensiero metaforico, legandosi alle possibilità espressive e comunicative di forme e colori, incoraggia i bambini e le bambine a esplorare, interpretare e riflettere a partire da un linguaggio visivo ridotto ai minimi termini, contribuisce allo sviluppo di una mentalità creativa, aperta e flessibile.
Con riferimento ai visual studies, Simone di Biasio sceglie di concentrare la propria originale riflessione sul silent book (o wordless book), un dispositivo narrativo a elevata polisemia anch’esso vicino ai mondi dell’arte sino a riconfigurare, nella prospettiva dello studioso, non soltanto l’idea di letteratura – e di letteratura per ragazzi nello specifico – ma anche lo statuto del lettore che diventa, piuttosto, “guardatore” nell’epoca «della più ampia visibilità che ci sia mai stata»: se i silent book non sono semplicemente libri di sole immagini ma testi di immagini, oggi, in un tempo di massiccia alfabetizzazione, la letteratura sperimenta un ritorno all’uso dell’immagine oltre che dell’immaginazione (il pictorial turn di cui parla W.J.T. Mitchell): il testo e il libro ibridano nuovi spazi di discorsività e la narrazione è affidata sempre più frequentemente a iconotesti. In questa direzione, le opere di artisti come Shaun Tan, Armin Greder, David Wiesner, tra gli altri, offrono esempi assai significativi.
Ma se l’immagine ha da sempre accompagnato la parola e dunque la narrazione, che è un bisogno originario dell’essere umano, talvolta è la narrazione a farsi essa stessa immagine, assumendo in sé i caratteri propri del linguaggio iconico. È ciò che accade nel carme figurato latino e altomedievale, in cui la disposizione delle lettere e delle parole traccia i contorni di un disegno, e più di recente negli sperimentalismi delle avanguardie novecentesche, dai calligrammi di Apollinaire alla poesia visiva di Govoni: l’affascinante tema, che introduce forse la più alta sintesi tra immagine e testo, è proposto e approfondito da Alessandra Mazzini, che rivolge la propria attenzione verso l’opera di Mario Faustinelli (1924-2006), scrittore di libri per ragazzi, disegnatore di fumetti, sceneggiatore, nonché collaboratore, tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta, di numerose testate dedicate ai più giovani come il Corriere dei Piccoli. In particolare, ne Le rime-figure o il gioco dei calligrammi (1973), nota Mazzini che parola e immagine giungono a una reductio ad unum favorendo il senso di una lettura multiforme e pluridirezionale, che interroga il lettore senza semplificare, bensì stimolando la produzione di sensi altri e affinando lo sguardo, come pure il lógos, in un esercizio di reinvenzione dei modi di leggere la poesia, i libri e il mondo stesso.
L’ultimo contributo, di Amalia Marciano, ricostruisce il lungo itinerario evolutivo del libro come meccanismo capace di offrire un’esperienza di lettura sensoriale e immersiva attraverso speciali strategie cartotecniche, come accade nei libri pop-up e nei tunnel book, in cui un insieme di fogli, tenuti da una copertina a fisarmonica, si apre in successione rivelando, attraverso un foro circolare presente sulla prima pagina, un fondale tridimensionale. Si tratta di prodotti editoriali archetipici in grado di coinvolgere attivamente il lettore, chiamato da immagini e giochi di carta a divenire protagonista della fabula.
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