https://doi.org/10.36253/rse-17471
Received: March 17, 2025; Accepted: July 24, 2025; Published: December 11, 2025
Book Reviews
C. Gunderman et al., Key Terms of Public History. Berlin, De Gruyter Brill, 2025, pp. 292
Università degli Studi di Firenze, Italia
Contents
Se, secondo un ormai fin troppo abusato adagio crociano, ogni narrazione storica si riferisce necessariamente alla contemporaneità, ai suoi bisogni, alle sue esigenze, il confronto con le trasformazioni socio-culturali degli ultimi decenni deve forzosamente tradursi in uno stimolo di riflessione sulle evoluzioni intraprese dal più recente dibattito storiografico. È quest’ultimo un argomento su cui già si è soffermato Enzo Traverso (2022, 148) quando, nel sottolineare il nuovo rapporto instauratosi tra soggettività dello storico e scrittura saggistica, ha evidenziato connessioni importanti tra queste ultime e il clima neoliberale e individualistico che dalla fine degli anni Settanta ha dominato la politica e le società europee. Del resto, non sembra troppo peregrino postulare un qualsivoglia rapporto tra le nuove tendenze storiografiche degli anni Settanta e le trasformazioni politico-sociali che seguirono allo sconquasso culturale dei movimenti sessantottini: il nuovo rapporto tra autodeterminazione individuale e controllo statuale, nel riverberarsi anche sulle domande che gli storici pongono al passato, si è tradotto in una maggiore attenzione al ruolo e al vissuto dell’individuo nella storia. Non a caso, è con gli anni Settanta che assistiamo alla nascita e alla diffusione di due correnti, che, destinate a influenzare i dibattiti successivi, si focalizzano sullo studio dell’individuo nel contesto degli eventi storici – ovvero la microstoria, e la storia orale. Ma non è l’unico portato di quei rivolgimenti. La nuova rilevanza acquisita dalla memoria come fonte storica (Ricoeur 2000, 200-201), l’importanza conferita all’ “esperienza” come tramite per accedere al passato, il rapporto tra conoscenza storica e identità, sono tutti temi che, nel connotare le modalità con cui le persone si interfacciano con la storia, suggeriscono d’altro canto un’adeguata problematizzazione metodologica.
Su questo fronte si pone il volume Key Terms of Public History, pubblicato nel 2025 per la collana “Public History in European perspectives” curata dal Luxembourg Centre for Contemporary and Digital History (C2DH). Sulla Public History, sulla sua definizione e sul suo significato non è ormai più necessario soffermarsi. La Public History, che in italiano sarà resa con il termine di “Storia pubblica”, ma che potrebbe anche essere tradotta come “Storia di comunità”, è una metodologia che include i fruitori delle conoscenze storiche in tutte le fasi di ideazione, elaborazione e disseminazione di una ricerca effettuata sul campo. Diffusasi nei paesi anglofoni dagli anni Settanta del secolo scorso, la Public History si è definitivamente affermata in Europa (e, successivamente, nel mondo) solo dalla seconda metà degli anni Dieci del XXI secolo, con la costituzione dell’associazione europea e delle relative sezioni nazionali, tra cui quella italiana, l’AIPH (Associazione Italiana di Public History) (Tomassini e Biscioni 2019, 16).
Scritto da un nutrito gruppo di storici tedeschi1, il saggio affronta, secondo una scansione agevole e cronologicamente individuabile, tutte le fasi di definizione, formulazione e diffusione delle pratiche di Public History. Dieci sono infatti i termini specificati: Autenticità, Emozioni, Esperienza, Patrimonio materiale e immateriale2, Cultura storica, Immaginazione storica, Pensiero storico, Memoria, Performatività, Ricezione. I molteplici riferimenti a installazioni e progetti avviati nei paesi di lingua tedesca, pur risultando di facile comprensione anche a chi non sia partecipe del dibattito, consentono utili aggiornamenti e paragoni con lo stato dell’arte in altre realtà europee.
Pur nella notevole pluralità degli autori, il volume ha il merito di essere percorso da alcuni temi comuni che qui proveremo a enucleare. La problematizzazione del canale emozionale come medium per la conoscenza storica è senza dubbio uno tra questi. Suscitare sentimenti, tanto in Germania quanto in altri paesi occidentali (Italia inclusa), è diventato infatti la traiettoria principale con cui installazioni e progetti storici hanno cercato di raggiungere il proprio pubblico. Insistere sul coinvolgimento personale dello spettatore/fruitore può costituire, come ci insegna una lunga tradizione di psicologia dell’educazione, il sostrato necessario per innescare un processo di apprendimento significativo; ma una comprensione storica che si arresti a questi presupposti non potrà che essere parziale. Il rischio, da questo punto di vista, è che l’edutainment veicoli una conoscenza storica che, pur nei suoi evidenti limiti, si presenti invece come una modalità conoscitiva completa ed esaustiva. A difettare infatti è, in primo luogo, la consapevolezza di quanto sentimenti e orizzonti mentali abbiano conosciuto con il tempo trasformazioni profonde e radicali, tanto da rendere il passato una terra straniera.
Se le emozioni di base (gioia, tristezza, rabbia, disgusto, paura) sono diffuse in tutto il mondo e non sembrano dipendenti da specifici caratteri culturali, diverso è il discorso per i sentimenti, per la loro comprensione e la loro manifestazione. L’evoluzione del sentimento della nostalgia, che il volume stesso segue alle pp. 40-45, può aiutarci a chiarificare il discorso. Osservata per la prima volta tra i mercenari svizzeri assoldati negli eserciti stranieri, nella tarda età moderna la nostalgia emerge nei trattati medici come una malattia pericolosa, tendenzialmente mortale, che deve indurre i comandanti dei battaglioni a rimpatriare nelle vallate alpine chi ne manifesti i primi sintomi. La nostalgia assurge così a malanno riconosciuto e nefasto nell’ambito della statica società di Ancien Règime, strutturalmente connotata dall’immutabilità sociale e territoriale dei suoi abitanti. Ma è un carattere destinato a mutare con la prima età contemporanea e con la sua incipiente globalizzazione. La Heidi di Johanna Spyri sarà l’ultimo personaggio di fantasia ad ammalarsi di nostalgia: ed è questo il principio di un mutamento concettuale che condurrà la nostalgia come morbo dell’Ancien Régime a tramutarsi in una più innocua manifestazione sentimentale. E questo mutamento non sarà l’unico ad attraversare la sua storia: perché, se l’inizio del secolo scorso relegava la nostalgia a un’espressione infantile che l’età adulta doveva necessariamente eradicare, le migrazioni forzate delle popolazioni tedesche successive alla Seconda Guerra Mondiale condussero a una profonda riconcettualizzazione del sentimento della nostalgia, la cui esplicita espressione veniva adesso concessa anche alle generazioni più mature.
Ci sia concesso questo lungo inciso perché permette una rapida connessione a un altro degli elementi chiave del volume: il rapporto tra identificazione e alterità nella conoscenza storica. La storicità e la storicizzazione dei sentimenti evidenziano infatti un assunto metodologico da cui la ricerca storiografica non può prescindere, ovvero che è impossibile un’identificazione spontanea con le aspirazioni, i desideri, i sentimenti di chi ci ha preceduto su questa Terra. E questo non solo perché le circostanze, i luoghi e i tempi sono cambiati, ma anche perché le nostre modalità di percezione e di elaborazione della realtà sono mutate, e con esse i significati di quelle stesse parole che continuiamo a utilizzare, e i cui sottointesi e conseguenze incontrano nondimeno una perenne trasformazione. «Engagement with history is more an experience of alterity than identity» (p. 55). L’andamento dello storico diventa, quindi, quello di un «antropologo su Marte» (Sacks 1995), che, chiamato a decifrare i silenzi sottesi da pratiche e discorsi apparentemente familiari, si confronta con percezioni, soggettività, orizzonti mentali alieni e distanti.
E tuttavia, come ci ricorda già la filosofia antica, la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che desideriamo conoscere non può essere totale, perché altrimenti ogni pretesa conoscitiva sarebbe condannata a cadere nel vuoto. La comprensione dei mondi storici che ci hanno preceduto non sarà mai completa. Nondimeno, può tradursi – come spesso è accaduto – in una sfida affascinante, che apre a inedite e pregnanti visioni del presente. Proprio su quest’ultimo – su ciò che ci è stato trasmesso dal passato e su ciò che è stato rielaborato nel corso dei secoli – il capitolo dedicato al “Pensiero storico” suggerisce di incentrare le attività di Public History. L’esempio è quello fornito dalle rappresentazioni visive con cui, nel Ventesimo e nel Ventunesimo secolo, incisori e artisti hanno cercato di ricostruire l’aspetto fisico dell’Uomo di Neanderthal (pp. 149-52). Perché nei primi del Novecento i Neanderthal erano visti come simili alle scimmie? Perché le ultime rappresentazioni sembrano invece prediligere una somiglianza con il nostro aspetto fisico? Come hanno potuto rappresentazioni così diverse scaturire dallo stesso scheletro rinvenuto nelle grotte della valle di Neander, vicino Düsseldorf? Questi sono solo alcuni esempi di domande stimolo. Poste ai visitatori e alle comunità, consentono loro di riappropriarsi, in maniera personale, significativa e attiva, di una conoscenza storica troppo spesso veicolata attraverso i canali a senso unico dell’edutainment. E soprattutto esplicitano quella caratteristica che davvero connota ogni attività storica degna di questo nome – ovvero la capacità di decifrare il presente, ponendo al passato domande adeguate.
Bibliografia
Ricoeur, Paul. 2000. La storia, la memoria, l’oblio. Milano: Raffaello Cortina.
Sacks, Olivier. 1995. Un antropologo su Marte. Sette racconti paradossali. Milano: Adelphi.
Tomassini, Luigi, e Roberta Biscioni. 2019. “Antecedenti, origini e tratti caratterizzanti della Public History in Italia”. In Public History of Education: riflessioni, testimonianze, esperienze, a cura di Gianfranco Bandini e Stefano Oliviero, 3-23. Firenze: Fupress.
Traverso, Enzo. 2022. La tirannide dell’io. Scrivere il passato in prima persona. Roma-Bari: Laterza.
1 Gli autori sono: Christine Gundermann, Juliane Brauer, Filippo Carlà-Uhink, Judith Keilbach, Georg Koch, Thorsten Logge, Daniel Morat, Arnika Peselmann, Stefanie Samida, Astrid Schwabe e Miriam Sénécheau.
2 Libera traduzione del termine originale “Heritage”.