https://doi.org/10.36253/rse-16842

Received: November 20, 2024; Accepted: February 3, 2025; Published: June 5, 2025

«Accendere e tener viva sempre nel cuore dei piccoli lettori la fiamma degli eterni ideali per la Patria e per la Umanità». La funzione delle immagini nel progetto di educazione etico-civile de Il Giornalino della Domenica

«To always ignite and keep alive in the hearts of young readers the flame of the eternal ideals for the Homeland and for Humanity». The purpose of images in the ethical-civil education project of Il Giornalino della Domenica

Sofia Montecchiani

Università “Gabriele d’Annunzio”, Chieti, Italia

sofia.montecchiani@unich.it

Abstract. Between the 19th and 20th century, the national education theme proved to be one of the main issues in the Italian political, cultural, social, pedagogical and scholastic debate. In this scenario, a leading role was played by the periodical press for children, which became an instrument for promoting the wider process of youth mobilisation and ethical-civil education. In this sense, one of the most prestigious experiences, strongly characterised by a defined educational and cultural project, was that of Il Giornalino della Domenica, founded and directed from 1906 by Luigi Bertelli (Vamba). Starting from the analysis of the first and most relevant phase of its activity (1906-1911), this paper aims to investigate the function of the images placed to accompany some contributions destined to educate the national awareness of young readers. Placing itself on a parallel track to that of the official channels, it had the priority of providing its audience with a patriotic and political education, far from the pedantry of the past. The magazine used a refined graphic style and a verbal and iconic language that was captivating, ironic and careful about the readers’ aesthetic taste. For this reason, Il Giornalino, which was mainly addressed to young Italians from the middle and upper classes, chose to collaborate with the most famous writers and artists of the time. This demonstrates the editorial, artistic and cultural quality of the magazine and the exaltation of the significant connection created between education in beauty and civic education of youth.

Keywords: periodical press for children and youths, Luigi Bertelli (Vamba), iconic language, Italy, 20th Century.

Riassunto. Tra XIX e XX secolo il tema dell’educazione nazionale si rivelò essere in Italia una delle questioni centrali del dibattito politico, culturale, sociale, pedagogico e soprattutto scolastico dell’epoca. In questo scenario, un ruolo di primo piano fu ricoperto dalla stampa periodica per l’infanzia, che si fece vero e proprio strumento di promozione del più ampio iter di mobilitazione giovanile e di educazione etico-civile dei futuri cittadini. In tal senso, una delle esperienze editoriali di maggior prestigio, fortemente caratterizzata da un preciso progetto educativo e culturale, fu quella de Il Giornalino della Domenica, periodico ideato e diretto dal 1906 da Luigi Bertelli (Vamba). A partire dall’analisi della prima e più rilevante fase di attività della rivista (1906-1911), il presente contributo si propone di indagare anzitutto la funzione delle immagini poste a corredo di alcuni tra i principali contributi destinati alla formazione delle coscienze nazionali dei giovani lettori. Il periodico, infatti, ponendosi su un binario parallelo rispetto a quello dei canali ufficiali, aveva il prioritario obiettivo di proporre un’educazione patriottica e politica, lontana dalla pedanteria del passato, attraverso uno stile grafico raffinato e un linguaggio verbale e iconico accattivante, ironico e attento al gusto estetico dei lettori. Per tale ragione, Il Giornalino, destinato principalmente ai figli dei ceti medio-alti, scelse di avvalersi della collaborazione dei più celebri scrittori, musicisti, disegnatori e illustratori dell’epoca; ciò a dimostrazione della profonda qualità editoriale, artistica e culturale della rivista e dell’esaltazione della significatività del connubio creato tra educazione al bello e formazione civile della gioventù.

Parole chiave: stampa periodica per l’infanzia e la gioventù, Luigi Bertelli (Vamba), linguaggio iconico, Italia, XX secolo.

Contents

L’emergere della stampa periodica per l’infanzia e la gioventù nell’Italia di fine Ottocento e inizio Novecento

Il progetto editoriale de Il Giornalino della Domenica e il connubio tra linguaggio letterario ed iconico

Il ruolo delle immagini nella formazione delle coscienze nazionali

Conclusioni

Bibliografia

L’emergere della stampa periodica per l’infanzia e la gioventù nell’Italia di fine Ottocento e inizio Novecento

Sul finire del Novecento, grazie a quel fondamentale e quanto mai necessario spostamento del baricentro di indagine che ha portato la ricerca storico-pedagogica e storico-educativa a concentrarsi in maniera sempre più puntuale sull’analisi dei processi e delle pratiche educative, la letteratura per l’infanzia e la gioventù è finalmente e definitivamente riuscita a superare l’antico pregiudizio espresso da Benedetto Croce1, per il quale, così come ben ricordava Renata Lollo, «l’arte per un ‘pubblico bambinesco’ non esiste[va] in sè» (Lollo 2002, 39), e dunque ad emergere in qualità di imprescindibile fonte per l’indagine storiografica ed educativa (Ascenzi 2012, 497-514).

Al di là delle semplificazioni operate dalla manualistica del passato, infatti, che a lungo hanno rallentato un concreto e opportuno approfondimento del genere, a partire dalla fine del XX secolo e ancor di più con l’inizio degli anni 2000, la letteratura per l’infanzia è stata analiticamente e criticamente esaminata e valorizzata tenendo in considerazione le sue peculiari caratteristiche narrative e pedagogiche e la sua plastica capacità di integrare una grande varietà di registri comunicativi – tra cui in primis quello letterario e iconico –, oltre a diverse metodologie di redazione e di funzioni sociali, che richiedono quindi per la sua analisi un approccio multi- e transdisciplinare.

Nel vasto e poliedrico ambito della produzione per l’infanzia e la gioventù, un ruolo particolarmente significativo è stato rivestito dalla stampa periodica. Di fatto, nello specifico, nel più ampio quadro del progetto di educazione nazionale del nostro Paese, che ebbe avvio all’indomani dell’unificazione, le riviste indirizzate alle nuove generazioni di italiani si trasformarono progressivamente in un vero e proprio strumento di promozione della mobilitazione giovanile, ma soprattutto di formazione delle nuove coscienze nazionali.

Sabrina Fava pone giustamente in evidenza che «È inscritto nella natura stessa delle riviste, in quanto espressione di un progetto culturale che va lentamente costruendosi di fascicolo in fascicolo, di essere specchio e metafora letteraria della società nella quotidianità del proprio svolgersi» (Fava 2015, 5), e in un secolo così complesso e composito come lo è stato prima l’Ottocento e poi il Novecento per il contesto nazionale, esse hanno di certo rappresentato una sorta di cartina al tornasole delle trasformazioni subìte dalle correnti culturali, pedagogiche e altresì politiche dell’epoca.

Le prime esperienze che si possono ascrivere nel genere della pubblicistica per l’infanzia e la gioventù erano caratterizzate per loro definizione da finalità principalmente educative e, seppure con un’impostazione abbastanza moderna, esse erano ancora elaborate con un “moto” che andava dall’alto verso il basso, ovvero dagli adulti in direzione dei bambini. A fronte di una teorizzazione pedagogica sempre più attenta alle questioni legate allo sviluppo infantile e ai suoi bisogni, la produzione per l’infanzia e la gioventù, il cui canone in Italia si stava formando proprio tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento2, era ancora tradizionalmente legata ad una struttura didascalica e soprattutto moraleggiante. In tal senso, basti citare alcune tra le più importanti e primarie iniziative affermatesi in Italia, come per esempio Il giornale dei fanciulli fondato nel 1834 o Letture per i fanciulli, costituito nel 1836 (poi Letture per la gioventù dal 1844) su iniziativa di Pietro Thouar; Le prime letture di Luigi Sailer, rivista edita dal 1870 per i tipi dell’editore Agnelli; il Giornale per i bambini di Ferdinando Martini – noto per essere stato il luogo di prima pubblicazione de “Le avventure di Pinocchio” di Collodi – o ancora Cordelia. Rivista per signorine di Angelo De Gubernatis, entrambi fondati nel 1881 (Ascenzi e Sani 2018, 331-404).

Le testate ottocentesche, sia quelle poste su orientamenti laici e liberali, sia quelle di impianto cattolico, proponevano una gerarchia sociale abbastanza rigida e un modello di infanzia sottoposta ancora al vigile controllo degli adulti. Il pubblico di riferimento di tale pubblicistica era piuttosto circoscritto, poiché coincidente solo con i figli della media-alta borghesia e dell’aristocrazia, ovvero coloro che materialmente avevano accesso a questo tipo di riviste e che poi avrebbero avuto la responsabilità politica e dello sviluppo economico, culturale e sociale del Paese3.

Certamente questi prodotti erano in linea con le aspirazioni dell’epoca, pertanto, essi si proponevano già di inaugurare una «necessaria quanto urgente opera di formazione delle coscienze», che avrebbe poi dovuto portare ad una sostanziale «rigenerazione morale e civile della gioventù italiana» (Ascenzi e Sani 2018, 331), tuttavia il loro messaggio educativo continuava ad essere fondato su un impianto pedagogico paradigmatico e formale. Infatti, il bene vinceva sempre sul male, chi si comportava in maniera inadeguata veniva punito mentre chi seguiva pedissequamente gli insegnamenti morali veniva premiato, le bambine dovevano seguitare ad avere come unica aspirazione quella di poter un giorno divenire buone mogli e buone madri, ai bambini non era consentito di interessarsi alle questioni politiche, la casa e dunque la famiglia venivano presentate come il “nido”, il luogo sicuro a cui tornare sempre.

Le riviste ottocentesche, inoltre, erano per lo più scarsamente illustrate, quando vi erano delle immagini erano solitamente in bianco e nero, ed erano poco inclini alla sollecitazione della creatività infantile. La stampa periodica per l’infanzia e la gioventù dell’epoca testimoniava, quindi, in maniera diretta l’esordio di una specifica e nuova fase di attenzione rivolta al mondo infantile e alle questioni che lo riguardavano, al contempo però essa risultava comunque legata a una concezione classica delle «infanzie» (Borruso 2019). Nel cuore del bambino, talvolta ancora concepito e rappresentato come un «piccolo adulto», doveva essere ormai accesa la “miccia” della causa nazionale, egli doveva essere educato ai rinnovati valori proposti dalla classe borghese, primi fra tutti il sacrificio, il rispetto delle autorità, l’impegno e l’interesse per il bene comune; ciò nonostante nelle riviste era dedicato ancora poco spazio alle sue inclinazioni, ai suoi bisogni, e non gli erano adeguatamente riconosciuti un gusto e una capacità creativa e artistica peculiare, che veniva solo in rare occasioni accennata.

Certamente, nella rapidità dei mutamenti e nell’ardore di quel particolare momento storico, già nei primi anni del Novecento, la pubblicistica per l’infanzia e la gioventù avviò un processo di profonda trasformazione: le riviste iniziarono ad accogliere non solo racconti e articoli informativi, ma anche giochi, curiosità, trasmettevano notizie provenienti da tutto il mondo, si proponevano di divenire uno strumento educativo maggiormente “a misura di bambino”, sempre più slegato dalle esperienze scolastiche e, soprattutto, grazie anche ad una specifica evoluzione tecnica, iniziarono a dare grande spazio al linguaggio iconico, alle immagini, alle fotografie, che ora venivano poste propriamente a corredo della forma scritta (Genovesi 1972; Finocchi e Gigli Marchetti 2004).

La stampa periodica del XX secolo ha perciò accompagnato «il cammino della cultura di consumo» (Fava 2015, 8-9) che ha visto progressivamente nell’infanzia una nuova tipologia di pubblico da dover raggiungere, utile all’espansione del mercato e, in questo caso, del mercato editoriale. Ciò, tuttavia, poneva al centro un altro quesito, legato alla qualità e alla “fragilità” di questo genere di prodotti, di fatto

Le riviste si presentano sempre più marcatamente come bene non durevole da leggere, fragili nell’economia del loro formato, tirate in numeri di copie via via crescenti grazie a tecnologie industriali di produzione. Il rapporto del lettore con la carta stampata tende ad acquisire contorni meno definiti. Diversamente dal libro custodito e conservato più gelosamente, la rivista è sovente ceduta ad altri in seconda lettura, è utilizzata, ma non è necessariamente oggetto di conservazione esclusiva anche perché può essere acquistata in modo sporadico e non solo tramite abbonamento (Fava 2015, 9).

Salvo alcune rare eccezioni per cui erano previste modalità di conservazione delle annate4, infatti, le riviste non aspiravano tanto alla loro futura “custodia”, piuttosto ad una loro immediata e quanto più possibile cospicua diffusione. Ecco, quindi, che la modulazione seriale e l’introduzione di rubriche fisse iniziarono ad essere funzionali alla catalizzazione e al mantenimento dell’attenzione dei giovani lettori, pur rispettando l’autonomia di significato di ciascun contributo, tipica per l’appunto delle pubblicazioni periodiche.

Non è casuale, pertanto, che un’impostazione sempre più rigorosa e “consapevole” della letteratura per l’infanzia e la gioventù si sia sviluppata parallelamente alla nascita e alla successiva definizione dello Stato nazionale italiano, in quanto il genere divenne progressivamente una diretta ed esplicita manifestazione dei mutamenti pedagogici e culturali, crocevia di un composito scambio di idee e riflessioni animate dal mondo infantile e dal mondo giovanile, caratterizzato da funzioni sociali di primaria importanza e in primo luogo dalla responsabilità di accompagnare la formazione delle coscienze delle nuove generazioni di italiani.

Il progetto editoriale de Il Giornalino della Domenica e il connubio tra linguaggio letterario ed iconico

Attraversando forme narrative e registri comunicativi differenti, la produzione per l’infanzia e la gioventù di fine Ottocento e inizio Novecento, in particolare, diede vita ad una fruttuosa combinazione che la vide sempre più fortemente legata a quel preciso progetto politico e pedagogico di formazione dell’identità nazionale, che faceva capo alle esigenze culturali ed educative dell’epoca (Soldani e Turi 1993).

Tra XIX e XX secolo, dunque, il genere della letteratura per l’infanzia, che effettivamente animò sia gli ambienti più formali come la scuola, sia quelli più informali, riesce a mostrare come e in quale misura alcuni princìpi, sensibilità, gusti, ideologie e habitus siano stati prima trasmessi e poi interiorizzati dal giovane pubblico di lettori.

Peculiare è altresì il fatto per cui molti degli autori, che poi si specializzarono progressivamente nell’ambito della letteratura per l’infanzia, provenissero inizialmente dalla produzione per adulti e, spesso, dal filone giornalistico. Un indirizzo che tra l’altro in molti seguitarono ad animare senza modificare lo stile schietto ed immediato, ma cambiando per l’appunto il pubblico di riferimento.

In tal senso, una delle esperienze più rilevanti ed eccezionali è rappresentata proprio da quella di Luigi Bertelli, alias Vamba, che dopo un avvio di carriera come giornalista satirico decise, a partire dalla fine dell’Ottocento, di dedicarsi definitivamente alla letteratura per l’infanzia e la gioventù5. Ormai deluso dall’atteggiamento della classe politica e dell’opinione pubblica dell’epoca e dalla disavvertenza dei valori democratici che avevano animato i processi risorgimentali, di fatto, Vamba maturò l’esigenza di convertire le forme del proprio impegno civile, comprendendo che per portare a compimento un reale e decisivo cambiamento del contesto italiano era necessario intervenire direttamente e in maniera puntuale nel quadro dell’educazione e della formazione delle giovani generazioni (Ascenzi 2009, 186-89; Montecchiani 2022, 98-99).

Le riflessioni e l’operato di Vamba erano propriamente manifestazione della corrente democratica e nazionalista che animava la borghesia italiana postrisorgimentale e di quella che lui definiva la «generazione di mezzo», vale a dire di quella generazione compresa tra chi aveva avuto modo di contribuire con l’azione al processo di unificazione e chi, invece, avrebbe poi dovuto tentare di completarlo attraverso la conquista delle terre irredente e l’affermazione dei nuovi principi nazionali (Vamba 1906b, 1).

Alla luce del composito scenario nazionale che in quel preciso momento storico iniziò a porre l’infanzia e la gioventù al centro di una specifica azione culturale, civile e pedagogica, Bertelli individuò allora, proprio nel filone della pubblicistica, la concreta opportunità di definire e promuovere un solido e ambizioso progetto di educazione e mobilitazione delle giovani generazioni di italiani, che avrebbero dovuto farsi interpreti e fautori di una rinnovata impostazione politica e sociale del Paese.

Per tale ragione decise, dunque, di fondare nel 1906 la sua esperienza editoriale più significativa, ovvero Il Giornalino della Domenica, un prodotto estremamente originale che si presentò come una assoluta novità nel campo delle pubblicazioni periodiche per l’infanzia e la gioventù di entrambi i sessi, perché esso si proponeva di divenire il nucleo centrale di un più ampio iter formativo, distante però dalla pedanteria del passato e dal tono moralistico tipico delle testate ottocentesche. Il Giornalino, infatti, non si presentò sulla scena editoriale solo come strumento di promozione dell’amor patrio e dei valori borghesi, ma anche come un adeguato e costruttivo luogo di incontro per le nuove generazioni, in cui l’azione educativa veniva sempre accompagnata dall’umorismo, dall’ironia e da un’estrema sincerità, al fine di veicolare messaggi densi di significato e al contempo di creare uno spazio di ascolto e valorizzazione della vivacità culturale e intellettuale propria dell’infanzia e dell’adolescenza.

Questa dichiarazione di intenti appare subito esplicitata nel decalogo posto a corredo del primo numero della rivista, pubblicato il 24 giugno 1906, firmato dallo stesso direttore:

Dare tutte le domeniche al suo giovine pubblico una lettura che sia istruttiva senza stancarne l’attenzione; che sia educatrice senza esser noiosa; interessante senza troppo sforzare la immaginazione; divertente senza sguaiataggini e senza volgarità. Accendere e tener viva sempre nel cuore dei piccoli lettori la fiamma degli eterni ideali per la Patria e per la Umanità, non con la vana rettorica di frasi fatte, ma con la forza che viene dalla sincerità dell’accento di chi comunica affetti profondamente sentiti; e sopra tutto schiuder l’anima delle giovani generazioni alla religione del Dovere che affratella tutti i buoni e i giusti di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Appagare sempre il desiderio di sapere del minuscolo pubblico intorno a uomini e cose e avvenimenti della giornata; spiegargli via via le invenzioni e le scoperte nel campo della scienza; adornare gli scritti con riproduzioni e illustrazioni che non offendano – come spesso pur troppo accade – il gusto estetico con figure mal disegnate e peggio colorate; offrire, insomma, ai nostri amati ragazzi un giornalino vario, utile e gaio6 la cui collezione (quando essi saranno divenuti grandi) rimanga caro ricordo della loro infanzia, rinnovatore gradito di serene impressioni che ne allietarono gli anni jiovanili e di sani stimoli alla onesta operosità di una vita utile a sé e ad altrui (Vamba 1906a, 1-2)7.

Sempre nel decalogo si spiegava inoltre che, per assicurare quanto previsto, la rivista «si è procurata la sicura e duratura collaborazione dei più illustri scrittori e degli artisti più geniali» e che ogni numero «si compone di 16 a 24 pagine grandi riccamente e nitidamente illustrate, e di una copertina a colori», tra i cui autori non si possono non ricordare per esempio Umberto Brunelleschi, Ugo Finozzi, Filiberto Scarpelli, Antonio Rubino, Ezio Anichini, ma anche eccezionalmente il pittore Plinio Nomellini, Lorenzo Viani e Vittorio Grassi (Pallottino 2020, 272); inoltre, fuori testo, Il Giornalino sarebbe stato adornato da una «tavola a colori». La rivista doveva effettivamente rappresentare «il regalo migliore, perché il più utile e il più gradito, che un buon babbo possa fare a un buon figliolo».

Nel contributo “Il Programma”, posto in apertura del primo numero, si specificava, inoltre, che il pubblico di riferimento era rappresentato da bambini e bambine, giovani e giovinette tra i sette e i quindici anni, per questo era necessario che la rivista tenesse in considerazione le particolari esigenze e i gusti di ognuno, comprendendo quindi non solo racconti, fiabe e poesie, ma anche novelle, articoli di attualità e di divulgazione scientifica, contributi di matrice storica, giochi, fotografie, racconti a puntate e tanto altro. Vamba chiedeva altresì partecipazione e «buona volontà» al suo pubblico e consigliava a tutti di leggere tutto,

perché i più piccoli, leggendo quel che è destinato a’ più grandicelli, sentiranno più acuto lo stimolo d’andare innanzi negli studii, e domandando in casa, ai loro maggiori, la spiegazione di parole e di cose un po’ difficili aumenteranno intanto il tesoro delle loro cognizioni; mentre i più grandicelli nel leggere gli scritti destinati a’ più piccoli, lasciata per un momento quell’antipaticissima presunzione che a’ ragazzi spunta di solito con i primi peli vani sotto il loro riverito naso, avranno il vantaggio, se non altro, di provare ancora il gusto delizioso delle cose semplici che li allietò nella prima infanzia (Vamba 1906a, 2).

Il progetto editoriale proposto da Vamba comprendeva, dunque, una «parte artistica» e una «letteraria», il cui connubio dava origine a un unicum, un prodotto di grande qualità che poteva contare sui contributi di una «valorosa falange» di scrittori e artisti, i migliori che vivevano «sotto il cielo della nostra Italia», “grandi” che sarebbero stati capaci di curare e valorizzare le “piccole cose”. La rivista, di fatto, si proponeva peraltro di potenziare e formare uno specifico gusto estetico nel suo giovane pubblico, sia dal punto di vista iconografico sia letterario, ma non solo. Accanto ai già citati ed illustri artisti, infatti, contribuirono alla sua redazione anche musicisti, come i compositori Martino Stanislao Gastaldon e Giuseppe Manente, e soprattutto penne di grande prestigio come Giovanni Pascoli, Edmondo De Amicis, Ida Baccini, Emilio Salgari, Giuseppe Fanciulli, Luigi Capuana, Ugo Ojetti, Emma Perodi, Paola Lombroso Carrara, Scipio Slataper e molti altri (Nissim Rossi 1959; Ascenzi 2006; Pallottino 2008; Ascenzi, Di Felice e Tumino 2008; Assirelli 2011; Greco 2011; Barsotti 2020; Greco 2020; Andreassi 2023).

Il Giornalino, proprio per la sua qualità editoriale, circolò principalmente tra la classe media che, come ricorda Faeti, «adorava la cultura liceale, la buona, schietta lingua toscana, il rigore, la disciplina, l’attivismo, l’organizzazione» (Faeti 2021, 243). Esso, inoltre, si contraddistingueva per la sua eleganza grafica, per le «belle copertine» e per le illustrazioni, con cui la testata sviluppava in maniera attiva e diretta parte della sua ideologia, per questo le immagini, che avevano un proprio scopo educativo, «sono collocate dove non solo non possano distrarre, ma anzi confermare l’attenzione» (Faeti 2021, 244).

La rivista rispecchiava in tutto e per tutto la natura poliedrica del suo fondatore, che fu non solo scrittore ed educatore ma anche bibliofilo, giornalista, pupazzettista; Bertelli desiderava uscire dai formalismi del passato e proporre un modo nuovo di parlare all’infanzia e alla gioventù, utilizzando uno stile schietto ma vicino alle loro esigenze, attribuendo importanza anche alle illustrazioni, alle fotografie, ai segni grafici e ai pupazzetti infantili, nel cui valore e significato egli credeva profondamente. Accanto all’autorialità del suo direttore, pertanto, nella rivista avevano pari dignità anche quella di tutti i suoi redattori e contribuenti, ai quali venne riconosciuta piena dignità semantica, narrativa e artistica. Ecco allora che anche l’introduzione di alcune specifiche rubriche, come “I fanciulli nell’arte” di Ugo Fleres o “Chiacchiere artistiche con i miei lettori” di Scarpelli, o ancora “Dal nostro album di fotografie” curata da Pellicola, assume una nuova e rilevante accezione.

Il messaggio educativo veicolato da Il Giornalino della Domenica era dunque patriottico e politico – nel senso letterale del termine –, centrato sull’assimilazione di virtù e messaggi densi di significato, quali il rispetto delle regole sociali, il valore della comunità, la necessità della solidarietà reciproca, il senso di sacrificio, l’etica del lavoro, la responsabilità sociale, oltre che sulla costante stimolazione del pensiero critico giovanile; il tutto corredato anche da uno stile umoristico e autentico. La rivista non presenta alcun legame ufficiale con la scuola e non si configura come un sussidio scolastico, anzi appare come un canale educativo parallelo ed alternativo, definito sulla base delle esigenze culturali della borghesia dell’epoca (Boero e De Luca 2009, 143).

L’acme di questo progetto di educazione e formazione civile proposto tra le pagine del Giornalino si raggiunse poi nel 1908 con la creazione della Confederazione giornalinesca (successivamente del Girotondo), così come dichiarato nel numero del 28 giugno (vol. III, n. 26), iniziativa che diede vita a una sorta di «Stato balocco» che rappresentò una vera e propria palestra democratica per intere generazioni di abbonati, capace di unire tutti gli italiani, compresi quelli delle terre irredente o che si trovavano all’estero, al di là di ogni confine politico (Papa 2000-2001).

Purtroppo, il 1908 coincise anche con l’avvio di un periodo particolarmente critico per la testata, che iniziò a soffrire il peso economico della qualità dell’iniziativa e la concorrenza di altre innovative esperienze editoriali, tra cui soprattutto quella de Il Corriere dei Piccoli, e che portò alla prima dolorosa interruzione delle pubblicazioni nel 1911.

Scriveva lo stesso Vamba nel “Commiato”:

Vedete ragazzi: un giornale di qualunque genere, oltre a un mezzo di diffusione d’idee, è, anzi purtroppo deve essere oggi anche una impresa industriale. Un giornale che abbia un plebiscito di approvazioni ma non riesca a vendere tante copie quante gliene occorrono per bastare a sé stesso deve necessariamente morire, a meno che non vi sia chi, per suo interesse morale… o magari immorale, lo mantiene in vita a sue spese. Perciò come gli uomini muoiono si suol dire per mancanza di fiato, così i giornali muoiono sempre per mancanza di quattrini […] (Vamba 1911, 16).

Dopo questa prima e più considerevole fase, le pubblicazioni ripresero all’indomani del primo conflitto mondiale, nel 1918, ma con un mutamento della sede della redazione, spostata a Roma, e dell’editore, che fu poi Enrico Somigli. Tuttavia, nel 1920 venne a mancare Vamba e con lui il progetto originale di mobilitazione e associazione giovanile e di formazione delle coscienze nazionali, pertanto, anche se successivamente le pubblicazioni ripresero seppur con qualche difficoltà e interruzione fino al 1927, dopo la morte del suo ideatore, il Giornalino non raggiunse più gli standard culturali della sua prima fase.

Il ruolo delle immagini nella formazione delle coscienze nazionali

La produzione per l’infanzia e la gioventù di Luigi Bertelli – seppur non sempre totalmente compresa e a volte oggetto di improprie riduzioni (Ascenzi 2012, 506-508) – appare sempre centrata sulla convinzione per cui le giovani generazioni siano dotate di una peculiare sensibilità che consente loro di comprendere anche le questioni più serie ed impegnative, purché siano presentate con sincerità e senza alcune retoriche riduzioni.

Risulta interessante connettere in questo senso la riflessione di Benjamin per cui la «preoccupazione di produrre oggetti adatti ai bambini», che affonda le sue radici già nel periodo illuminista, sia vana, in quanto in realtà «il mondo è pieno di cose che sono oggetto di attenzione per i bambini», che vivono e sono quotidianamente attratti da contesti e oggetti tipici anche degli adulti, ma attraverso essi l’infanzia è capace di costruire il proprio «mondo oggettuale», come se riuscissero a dare forma a «un piccolo mondo dentro quello grande» (Benjamin 2012, 89-90).

Un concetto questo che può essere traslato anche nell’ambito dell’analisi del linguaggio iconico destinato all’infanzia e alla gioventù, per comprendere quali siano effettivamente le forme da ritenere più adatte. Nel Giornalino di Luigi Bertelli vi è, in realtà, una commistione di diverse tipologie di rappresentazioni, che hanno però tutte pari dignità e che, come parte integrante del complesso progetto educativo costruito attraverso le pagine della rivista, hanno sempre una funzione formativa.

L’immagine in quanto tale comprende, di fatto, in sé sia il piano della concretezza, quindi dell’oggetto che si può osservare e “leggere”, sia quello della rappresentazione mentale, che è invece legata alla formazione dell’immaginario soggettivo. Le immagini sono sostanzialmente uno strumento democratico «poiché si mostrano a tutti» e perché «sono aperte alle diverse interpretazioni degli osservatori/lettori», seppur connotate naturalmente da una sorta di ambiguità «per il potere intrusivo e suggestivo» che veicolano (Lepri 2016, 15).

Nel quadro delle produzioni per l’infanzia, l’immagine assume dunque a buon diritto un carattere ancora più intricato perché è prodotta dal “mondo adulto” per il “mondo bambino”, pertanto diventa necessariamente e simultaneamente strumento pedagogico, «insegnante» (Farné 2002, V), ma anche esercizio estetico ed artistico, esperienza fantastica e prova di astrazione, oltre ad essere diretta testimonianza dell’approccio all’infanzia e dell’infanzia.

Sulla scia di queste considerazioni e nell’ambito dell’analisi de Il Giornalino della Domenica, appare allora particolarmente significativo sottolineare il ruolo delle immagini selezionate dalla redazione della testata per accompagnare i principali contributi con forte caratterizzazione nazionalista e politica, utilizzati come mezzo di formazione dell’identità italiana e di esortazione delle giovani coscienze civili.

Bertelli era un intellettuale-patriota cresciuto nel dinamico ambiente fiorentino di fine Ottocento, per questo era fortemente animato dalla passione per i miti risorgimentali ed era particolarmente legato al culto del così detto pantheon dei padri della patria, tutori delle aspirazioni nazionali e capaci di fornire un modello di impegno politico e civile a cui ispirarsi.

Non è casuale, quindi, che il Giornalino abbia ospitato tra le sue pagine articoli dedicati a personaggi ed eventi importanti per la storia nazionale, biografie dei protagonisti del processo risorgimentale o narrazioni di imprese eccezionali. Si tratta di testi per lo più dal taglio celebrativo e patriottico, i quali sono sovente accompagnati da una precisa tipologia di immagini, ovvero rappresentazioni generalmente in bianco e nero, dal gusto classico e tradizionale, composte e autorevoli, ben equilibrate con la forma scritta. In questa specifica categoria di contributi, di solito, non si lascia spazio ai segni infantili, le riproduzioni e le fotografie utilizzate non hanno il sopravvento sul linguaggio scritto e hanno tutte un carattere propriamente realistico e severo, proprio ad indicare la profondità e la serietà delle argomentazioni trattate.

Durante la prima e più significativa fase di attività del Giornalino, che corrisponde anche a quella maggiormente connessa alla volontà e alle ispirazioni del suo deus ex machina Bertelli, tale tipologia di produzione di ispirazione prettamente mazziniana appare per esempio evidente nel fascicolo interamente dedicato a Giuseppe Garibaldi pubblicato nel 1907. Così come si legge nel sommario del numero, i contributi comprendevano una copertina a lui intitolata, formata da una composizione a due colori dell’artista fiorentino Galileo Chini, e dopo la rubrica “Corrispondenza”, gli articoli di Vamba, “Volete voi essere garibaldini?” con 3 ritratti e un fac-simile, “Un bacio di Garibaldi” di Guerrini, “Vera gloria” di Marradi, “Come un bambino vide Garibaldi” e “Sul Gianicolo” entrambi di Filiberto Scarpelli, a corredo del quale vi è una grande composizione a due colori celebrativa del monumento dedicato a Garibaldi proprio sul Gianicolo, “Il pilota dei ‘Mille’” di Leopoldo Barboni e dedicato ad Antonino Strazzera, il pescatore «ignorante» che guidò i Mille al porto di Marsala, “Lettera di Garibaldi a Anita (1849)” sottoforma di fac-simile, “Visioni garibaldine” di Abba, dedicato alle molteplici rappresentazioni del condottiero, “Il ‘Garibaldi’” di Plinio Nomellini con una grande fotoincisione, “Le interruzioni di Mario” di Misasi, “I piccoli martiri della Repubblica romana” con una vignetta in bianco e nero, “L’orrore di Garibaldi” di Ferriani. Dopo le “Pistole d’Omero”, il numero si completa con i contributi “Alessio Ulivieri”, corredato da un ritratto firmato da Domenico Tordi, “Caprera di Garibaldi” di Jack la Bolina – pseudonimo dello storico, scrittore e marinaio toscano Augusto Vittorio Vecchi –, con due riproduzioni di stampe di Caprera, definita come «monumento nazionale», del 1860, “Le madri dei caduti e dei martiri” in cui si riproduce anche una lettera che Garibaldi inviò alla madre dei fratelli Cairoli dopo la loro scomparsa, mostrando per lei «una venerazione fatta di riconoscenza e pietà». Al termine del fascicolo, che si conclude con le consuete rubriche “A tempo avanzato” e “Scienza gaia” e dopo il referendum “Acqua o vino?”, si pubblicizza, inoltre, in occasione del centenario della nascita del condottiero italiano, la pubblicazione della nuova edizione «splendidamente illustrata» del noto volume di Abba, “La storia dei Mille. Narrata ai giovanetti”, con una copertina a colori di Chiostri, un testo lodato per le qualità artistiche e per la sua portata patriottica, con il quale si auspica che i giovani imparino «a sentire e a pensare italianamente» (Il Giornalino della Domenica 1907a, 27).

Già nel numero del 30 giugno che precedette quello dedicato a Garibaldi, esso veniva presentato come «adornato senza risparmio con illustrazioni finissime e originali: fotoincisioni, facsimile, grandi vignette a colori», tanto che il fascicolo doveva essere considerato un vero «gioiello patriottico», oltre che «il documento d’affetto offerto dai ragazzi italiani alla gloria di quell’Uomo che ebbe il cuore di leone e l’anima infantile» (Il Giornalino della Domenica 1907b, 1) (Figg. 1 e 2).

Figura 1. Garibaldi nel 1860. Ritratto di Garibaldi pubblicato nel contributo “Volete voi essere garibaldini?” (Luigi Bertelli (Vamba) 1907, 1). La riproduzione delle immagini comprese nel presente contributo è a cura dell’autrice. I numeri de Il Giornalino della Domenica sono stati tutti consultati presso il fondo Confederazione giornalinesca di Vamba, della Biblioteca del Centro di documentazione e ricerca sulla storia del libro scolastico e della letteratura per l’infanzia dell’Università degli Studi di Macerata. Dove non specificato, nel Giornalino non compare esplicita indicazione dell’autore delle immagini poste a corredo dei vari contributi.
Figura 2. Casa di Garibaldi nel 1861. Riproduzione di stampa compresa nel contributo “Caprera di Garibaldi” (Jack la Bolina 1907, 23).

Nello stesso anno, nel numero 42 della rivista, venne pubblicato un bell’articolo di Lino Ferriani, corredato da un “austero” ritratto in bianco e nero, dedicato ad Aurelio Saffi, definito «erede maggiore del pensiero e dell’azione di Giuseppe Mazzini», che addirittura lo ricorda nell’aspetto. L’autore, infatti, in apertura invita i lettori al confronto tra un suo precedente «schizzo» dedicato a Mazzini e quello riportato nel presente contributo, attribuito a Ernesto Nathan8, che lo «tracciò nel magistrale discorso pronunciato in Bologna nel XII Aprile del MDCCCXCI in onore dell’illustre romagnolo (Saffi nacque a Forlì), la cui morte fu ed è lutto eterno italiano»; egli continua poi sottolineando (Figg. 3 e 4):

Figura 3. Ritratto di Aurelio Saffi pubblicato nell’articolo “Dai miei ricordi giovanili (Aurelio Saffi)” (Ferriani 1907, 1).
Figura 4. Giuseppe Mazzini. Illustrazione contenuta nell’articolo “Mezzo secolo fa” (Il Giornalino della Domenica 1911, 2).

Non è vero che il ritratto morale e fisico di Saffi è identico a quello di Mazzini? che in ambedue palpita e freme la stessa grande anima che va al bene comune attraverso un individuale eroico sacrificio? L’opera di rigenerazione e di redenzione dell’Italia, materiata d’amore, non poteva non compiersi che da cuori purissimi, da uomini educati alla scuola del dolore, come Mazzini, Saffi, Cattaneo, che pei giovani avevano un vero culto; ed ecco come spunta la necessità che voi, miei giovani amici, conosciate coloro che soffrirono per voi, vi alimentiate del loro sapere, v’educhiate alla scuola della loro bontà, e seguendo il loro esempio vi prepariate a divenir forti per affrontare serenamente le lotte della vita (Ferriani 1907, 1-2).

Era come se si auspicasse che il pubblico di lettori si potesse “rispecchiare” nell’immagine di questi padri della patria, definiti spesso «martiri e apostoli» della causa nazionale, come se anche solo guardando i loro ritratti essi potessero interiorizzare completamente il loro modello e il loro impegno civile in un processo quasi osmotico.

Non solo grandi personaggi, la rivista celebra spesso anche eventi o date particolarmente significative, come per esempio accade nel numero 2 del 1907 con il contributo “L’alba d’un anno eroico”, firmato dalla redazione del Giornalino e corredato da 5 illustrazioni riferite al Golfo di Palermo, ai Quattro canti (Piazza Vigliena), alla Cuba, a Giuseppe La Masa, futuro generale di Garibaldi, e alla Martorana. Protagonista del pezzo è il 1848, ovvero l’anno «eroico» delle grandi rivoluzioni che investirono tutte le capitali europee, da Parigi a Vienna, da Berlino a Roma, Venezia e Milano, e che «vide correre per tutta l’Europa una gran fiamma di libertà». La debolezza dei governi dispotici fu svelata dalla forza della lotta per un ideale, che portò alla diffusione e all’affermazione dei sentimenti patriottici; ed ecco quindi che «lo studio degli avvenimenti di quell’anno è più d’ogni altro degno di voi, ragazzi che avete l’anima calda e ingenua come i primi martiri della causa nazionale». Si rammentano per questo i «principali episodi di quell’anno di lotta», e, in particolare, ci si sofferma sulla narrazione dei fatti di Palermo del 12 gennaio, dal quale emerge la figura di La Masa, per giungere poi ad una specifica riflessione sul ruolo della gioventù che con coraggio e audacia aveva attivamente partecipato alla rivolta. Allo stesso modo si auspica che il racconto di questo snodo cruciale per la storia nazionale ed europea «faccia palpitare» il cuore dei giovani lettori, «dall’estrema Sicilia fino al di là delle Alpi, ai confini veri d’Italia» (Il Giornalino della Domenica 1907c, 1-5).

Nell’ultimo anno di pubblicazione della prima fase della testata, particolarmente rilevante è anche il contributo “Mezzo secolo fa”, pubblicato nel numero 13, in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’avvio della prima legislatura del Regno d’Italia. Il contributo, firmato ancora una volta dalla redazione del Giornalino, in cui sono riportati dialoghi diretti della seduta, è corredato da tre illustrazioni in bianco e nero, che raffigurano rispettivamente il poeta, drammaturgo e politico Angelo Brofferio e, soprattutto, due capisaldi della nostra storia nazionale: Giuseppe Mazzini e Camillo Cavour9. In chiusura, ben si richiama, in maniera anche piuttosto ridondante, l’eco delle «commemorazioni» che scolpiscono nelle coscienze dei lettori la forza del primo Parlamento «dell’Italia risorta» che affermò il suo diritto su Roma «dinanzi al mondo» (Il Giornalino della Domenica 1911, 1-3).

Conclusioni

L’esperienza editoriale de Il Giornalino della Domenica è dunque testimonianza diretta della profonda funzionalità del legame tra linguaggio iconico e verbale, ma anche della significatività che deriva dalla sperimentazione di un progetto culturale ed educativo basato proprio sull’educazione estetica in connessione con l’educazione civica.

Vamba, forse per la prima volta in quel particolare momento storico, era sostanzialmente riuscito a dar vita a un compendio di registri comunicativi specificatamente costruiti per l’infanzia e la gioventù caratterizzati anche da una precisa volontà di “educare al bello” e a delineare un progetto davvero efficace, capace di tenere in considerazione la “serietà” delle questioni infantili e giovanili, e simultaneamente di proporsi come valido strumento per la causa nazionale. Accanto ai pupazzetti e a forme grafiche semplici, il Giornalino si era corredato di immagini, illustrazioni, fotoincisioni e riproduzioni di grande pregio e dal profondo valore artistico, che hanno contribuito ad affinare lo sguardo e l’immaginario di intere generazioni di lettori, e degli eredi di questa caleidoscopica testata giornalistica.

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1 Nella concezione crociana non era ammessa una letteratura con destinazione d’uso infantile o con ulteriori caratterizzazioni, ma solo la letteratura. In questo caso, il riferimento specifico alla pregiudiziale crociana è relativo a quanto espresso nell’articolo pubblicato da Croce nel 1905 sul numero 3 della rivista La Critica, dal titolo “Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX (XIV Luigi Capuana – Neera)”; giudizio poi riportato anche nell’edizione del 1913 del suo La letteratura della nuova Italia.

2 Convenzionalmente il testo con cui in Italia si dà avvio al canone della letteratura per l’infanzia e la gioventù è il “Giannetto” di Luigi Alessandro Parravicini, pubblicato nel 1837, ma già presentato precedentemente nel 1833 e nel 1835 al concorso della Società fiorentina per la diffusione del metodo di reciproco insegnamento, indetto e sostenuto da Raffaello Lambruschini e Cosimo Ridolfi, testo che conferisce all’autore un’autorità pedagogica e una fama capace di attraversare tutto il XIX secolo.

3 Nell’ambito della stampa periodica per l’infanzia e la gioventù, almeno inizialmente, la matrice socialista fece piuttosto fatica ad affermarsi, ma tra le esperienze più significative va anzitutto segnalata quella de Il Pioniere. Per un riferimento più ampio al tema si rimanda al lavoro curato nel 2013 da Juri Meda “Falce e fumetto”.

4 Qui il riferimento è già, in particolare, a Il Giornalino della Domenica che aveva da sempre puntato sulla sua promozione tramite una campagna di abbonamenti. La rivista poi poteva essere acquistata presso alcuni punti vendita e in primis ovviamente presso la libreria Bemporad di Firenze.

5 Il primo testo con cui idealmente Vamba inaugura la stagione letteraria durante la quale si dedicherà esclusivamente alla produzione per l’infanzia e la gioventù è “Ciondolino” del 1893, edito per i tipi dell’amico editore Enrico Bemporad e testo che si inseriva nel filone della divulgazione scientifica.

6 Il grassetto è nell’originale.

7 Il decalogo del Giornalino, che viene riportato alla fine del primo fascicolo, era già stato fatto circolare «per tutta Italia» per annunciare l’uscita della rivista. Ne dà notizia lo stesso Vamba (1906a, 1-2) nel contributo “Il programma”, ne Il Giornalino della Domenica.

8 Noto politico repubblicano, il cui pensiero si pone perfettamente in linea con quello di Mazzini e di Saffi, ricordato anche per essere stato sindaco di Roma tra il 1907 e il 1913, contraddistinguendosi per l’impegno in ambito edilizio, educativo, medico-sociale e per la municipalizzazione dei servizi pubblici.

9 Purtroppo, anche in questo caso, né nell’indice né a corredo dell’articolo è inserito un riferimento autoriale delle illustrazioni presentate.

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